th-12

 

 

Il 4 agosto prossimo la torcia olimpica arriverà a Rio de Janeiro, il giorno dopo, al culmine della cerimonia d’apertura, accenderà il tripode e darà il via ufficiale ai Giochi della XXXI Olimpiade.

A questa edizione non parteciperà uno dei favoriti della gara di salto in alto, l’azzurro Gianmarco Tamberi, infortunatosi ad un legamento della caviglia. Ad un atleta che si è allenato per anni in vista di solo quella gara, i cui pensieri , i sacrifici quotidiani, parte della sua giovinezza, erano mirati a quel giorno e quel solo giorno a Rio, il mondo non può che crollare addosso. C’è tanta dose di sfortuna in un evento simile, anche se l’atletica italiana, non essendo sport di massa, logora i suoi pochi , grandi campioni: spesso molti talenti non arrivano neanche alla piena maturità, arenandosi in soste sempre più lunghe per infortuni, dovuti ad un intenso sfruttamento agonistico nell’attività giovanile.

Tamberi capirà con il tempo che il vero dono dello sport non è la medaglia, che comunque a nessuno dispiace conquistare, ma quel percorso fatto di sacrifici, di continue prove e sfide, volte a temprare il proprio carattere ed a portarlo a qualcosa che a pochi uomini è concesso : conoscere veramente se stessi, scoprire che i propri limiti fisici e psicologici, sono molto più in là di quello che uno si aspetta. Molte persone si lasciano scivolare addosso la vita senza mai scoprire quale piccolo tesoro si celava nella propria anima.

E se questo non consolerà Tamberi, ci sono tanti altri atleti a cui il podio olimpico è passato accanto, sfiorandoli, lasciando loro il sapore beffardo della sconfitta o della resa.

Nelle Olimpiadi di Monaco del 1972, Valery Borzov, velocista sovietico superfavorito, temeva solo gli sprinter americani nei cento metri. Un allenatore yankee si dimenticò letteralmente di dare la sveglia ai suoi tre velocisti , e così mentre lo starter dava il via alle batterie del mattino, Eddie Hart, il vincitore dei prestigiosi trials americani, ronfava della grossa. Immaginatevi lo sconcerto, la rabbia e la delusione di una siffatta eliminazione, tragicomica.

Nel 1984 a Los Angeles era finalmente arrivato il grande momento per Mary Decker, una mezzofondista statunitense molto carina e definita la fidanzatina d’America. Nel 1976 non poté gareggiare a Montreal per un infortunio, nel 1980 venne bloccata dal boicottaggio Usa contro le Olimpiadi di Mosca, ora dopo una dozzina di anni di sacrificio, poteva coronare il suo sogno, vincere la medaglia d’oro, a casa sua.

La finale dei tremila metri cominciò subito in modo combattuto, la favorita però era solo lei, Mary Decker, che correva molto concentrata in testa al gruppo. Passati i duemila metri, una ragazzina sudafricana, Zola Budd, che correva a piedi nudi, prese il comando , iniziarono alcune sgomitate tra le concorrenti, ogni atleta cercava di posizionarsi al meglio, finché una coscia della Decker urtò un piede della Budd, l’americana inciampò, cercò di aggrapparsi alla schiena della sudafricana, che correva con la maglia britannica, le strappò il numero di dosso e volò per terra rotolando fuori dalla pista, facendosi anche male.

Per Mary Decker il sogno olimpico era finito, ma non fu l’unica vittima.

Zola Budd continuò a correre, come faceva a Bloemfontein, in Sudafrica, quando da bambina inseguiva gli struzzi che suo padre allevava. Un secolo prima in quella terra era nato Tolkien, e Zola correva a piedi nudi, come gli Hobbit e attraversava i verdi prati con leggerezza , come un elfo. Aveva un solo grande sogno, segreto, dedicare una medaglia alla sua sorella più grande, Jenny, che un tumore aveva portato via.

Ma al pubblico non importava, cominciò a fischiare ed urlare contro quella ragazza bianca, sudafricana, razzista che aveva osato abbattere la loro Mary Decker, un’autentica wasp ( white anglo-saxon and protestant). Zola Budd, continuò a correre, a tirare diritto, come una Forrest Gump altrettanto fragile, ma era sola e scalza nel Memorial Coliseum. Nei giorni precedenti l’avevano accusata di non conoscere nemmeno Nelson Mandela, ma nel suo mondo c’era solo la bellezza della natura, non vedeva altro e poi lei badava solo a correre e correva, correva. Ma ad un certo punto, si accorse delle tribune dello stadio urlanti contro di lei, un immenso catino umano ostile, qualcosa si spezzò, forse ebbe paura di salire sul podio, di confrontarsi col resto del mondo, si disunì, chiese scusa a Jenny ed arrivò settima.

Intanto Mary Decker urlava per il dolore e per la rabbia, ma un fotografo famoso appostato proprio lì, la immortalò in una foto che fece epoca ,che rimase nella storia a simbolo del dolore della sconfitta.

Quel giorno Mary e Zola entrarono nell’olimpo degli dei dello sport.

Settantotto anni prima altre immagini divennero mito : alle Olimpiadi di Londra , il superfavorito della maratona, un piccolo italiano di nome Dorando Pietri ( e non Petri) entrava nello stadio da solo, con un distacco abissale sul secondo, l’americano Hayes. Ma appena varcata la soglia il pubblico lo vide barcollare, avvitarsi su stesso, cadere. Dorando si rialzò ma cadde nuovamente, appariva stralunato, semicosciente ; iniziò per lui un autentico calvario, alcuni giurati cominciarono a sostenerlo, impietositi a poco più di cento metri dall’arrivo; tra nuove cadute ed altre giravolte il maratoneta italiano tagliò il traguardo. Si dice che la regina Alessandra che assisteva alla gara fosse addirittura svenuta per l’emozione. Si sospetta che Pietri avesse assunto una “bomba” a base di atropina e stricnina, come pare si usasse allora. Si narra che il medico presente sul campo gli avesse praticato il massaggio cardiaco appena dopo il traguardo. Dorando fu proclamato vincitore ma ben presto squalificato per l’aiuto avuto negli ultimi metri.

Mentre Hayes faceva il giro d’onore e nessuno se lo filava, la Regina il giorno dopo volle premiare il nostro campione con una coppa, lo scrittore Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, testimone di quel calvario, fece partire una sottoscrizione a favore di Pietri, che permise al piccolo italiano di aprire una panetteria a Carpi, la sua città.

In realtà Dorando Pietri si arricchì dopo le Olimpiadi con delle sfide da baraccone , in America ed in tutta Europa, che regolarmente vinceva. Qualche anno più tardi il piccolo e minuto maratoneta italiano sarà sostituito nella fama e nella gloria dal gigante Primo Carnera, un pugile ingenuo e generoso, per la gioia degli americani, eterni bambinoni ma anche degli italiani, allora in camicia nera.

Tra pochi giorni partiranno le Olimpiadi di Rio, minacciate dall’inefficienza dei brasiliani ,dal virus Zika, da qualche pazzoide fanatico sempre in agguato. Se vincerà lo sport altre storie umane nasceranno, non sempre coniugate con la vittoria, ma condite con lo spirito olimpico, fatto di coraggio, lealtà, generosità, grande volontà e immenso talento. E speriamo che qualche azzurro con la mano sul cuore canti sul podio il nostro inno scritto da Goffredo Mameli, anch’egli un ragazzo speciale, morto a vent’anni per un sogno più grande.