L’arresto in Bolivia di Cesare Battisti, ex terrorista pluricondannato da decenni, latitante aiutato e coccolato a vari livelli da esponenti della sinistra internazionale è indubbiamente una buona notizia.
Lo è, però, solo dal punto di vista del Diritto e della credibilità dell’Italia, visto che ribadisce – pur con grave ritardo – che non possono essere negate per sempre sentenze di condanna e i diritti delle vittime.


Nella frenesia da delirio mediatico l’opinione pubblica si è ovviamente già divisa tra chi lo accosta, idolatrandolo, a novello Che Guevara (che concluse anch’egli in Bolivia – ben più tragicamente – la propria parabola) e chi lo vorrebbe vedere al più presto ricondotto in catene in patria.
Nella realtà nessuna di queste cose realisticamente corrisponde alla realtà.


La dorata latitanza di Battisti che ha potuto contare, sia in Francia che in Brasile, su importanti complicità che gli hanno garantito di condurre una comoda esistenza.
Diversamente da Che Guevara, che aveva lasciato una vita agiata a Cuba per inseguire i suoi ideali rivoluzionari che poi lo hanno condotto alla morte Battisti ha sempre solo cercato di sfuggire alla Giustizia italiana che lo ha più volte riconosciuto colpevole di varie azioni criminali, pur con la presenza di motivazioni politiche. Proprio questo sarà il punto debole riguardo la sua detenzione in Italia.

Difficile pensare, infatti, che una Magistratura politicizzata come quella italiana non troverà con zelante sollecitudine qualche scappatoia per permettergli di varcare in breve tempo le porte del carcere.
Ce lo troveremo allora nella veste di conferenziere nelle università in convegni sul terrorismo (come Renato Curcio) o editorialista di Repubblica o dell’Espresso (come già accaduto con Adriano Sofri su Panorama). Magari ci accorgeremo allora che era meglio che rimanesse a fare il latitante, conducendo una vita raminga da rinnegato dalla sua Patria costretto a temere ogni ombra piuttosto che permettergli di ritornare in Italia, sia pure in una sorta di temporaneo Purgatorio dal quale emergerà velocemente con tutti gli onori.


Inoltre, parlando di parallelismi, non metterei la vicenda di Battisti (assassino, latitante, condannato) in relazione alla figura di un Che Guevara, quanto piuttosto a quella di un giovane italiano: Pierluigi Pagliai (in fuga dalle persecuzioni della Magistratura italiana da innocente), assassinato nel 1982 proprio in Bolivia dai servizi segreti per ordine di Spadolini.
Magari servirebbe a chi vuole prendere pretesto dalla vicenda Battisti per superare gli anni di piombo per pretendere perlomeno di ristabilire la verità relativamente ai tanti omicidi compiuti in quell’epoca in nome della cultura dell’emergenza e della ‘ragion di Stato’.