Quella di spostare il dibattito dall’ambito politico a quello etico-morale per mostrificare l’avversario è un’abitudine consolidata della sinistra, dunque non meraviglia la strategia che oggi essa adotta per reagire alla penuria di consensi che l’affligge. È una vecchia storia, che nell’età moderna data almeno dall’esortazione a “schiacciare l’infame” con cui Voltaire, capostipite di tutti i falsi buonisti, concludeva le sue lettere. E l'”infame” era, naturalmente, colui che si opponeva all’ ideologia intollerante che il filosofo della tolleranza esponeva nei suoi pamphlet.

In tempi più recenti, specialista nel settore è stato un altro borghese di buona famiglia, Vladimir Ulianov in arte Lenin, il quale perfezionò, rendendola più scientifica, la tecnica di gettare letame addosso al nemico di classe, in modo da sfigurarne l’immagine e farne il bersaglio dell’odio popolare. Il metodo fu ulteriormente perfezionato da Stalin: la raffinatezza era quella di costringere il malcapitato (si può immaginare con quali metodi) a confessare egli stesso i più gravi, e mai compiuti, reati.
Per fortuna l’Italia non ha conosciuto né il gulag, né il sistema giudiziario nazionalsocialista che molto assomigliava a quello sovietico, ma l’atteggiamento di fondo della nostra sinistra, comunista e post, è sempre stato quello dei padri fondatori. Basta ricordare, ad esempio, la gogna mediatica riservata al povero commissario Luigi Calabresi, ingiustamente accusato di aver ucciso o fatto uccidere l’anarchico Giuseppe Pinelli all’indomani della strage di piazza Fontana. Il commissario fu vittima di una campagna di odio condotta da un variegato fronte costituito da giornalisti, attivisti, artisti, guitti, studenti subornati dai professori, professori subornati da se stessi, intellettuali, attori, romanzieri, fotografi alla moda. Mancavano solo chef, trans e poche altre categorie salite sul palcoscenico successivamente, e che oggi completano il panorama dei fomentatori dell’odio e della massa plasmata.

Sappiamo come finì la vicenda Calabresi, e constatiamo en passant che uno dei personaggi condannati come mandanti dell’assassinio – Adriano Sofri, tanto per non fare nomi – non ha oggi perso l’attitudine all’insulto, ma solo cambiato bersaglio, dedicandosi da par suo a Matteo Salvini. Infatti l’uomo su cui aizzare l’odio è oggi il Ministro dell’Interno, paradigma di umana rozzezza e autore di vari misfatti.

E poiché ai politici si unisce l’ANM, la quale lancia alti lai perché il ministro ha osato contestare la nota sentenza del GIP di Agrigento, e poiché all’ ANM si aggiungono i molti ecclesiastici folgorati sulla via di Nairobi, ecco che si realizza così il “bombardamento perfetto”, quello in cui da punti diversi si spara sullo stesso bersaglio. E l’intero circo mediatico della Sinistra ancora una volta è pronto al linciaggio, rinverdendo quelli già perpetrati nell’inglorioso passato. Perché il comunismo, a ben vedere, non è un sistema politico, è una forma mentis.