Forse mai, come per l’editoriale del Corriere di oggi  “Un sistema in crisi. Il vuoto del ceto politico”, il dissenso dall’autore è stato tanto netto e la bocciatura tanto solenne.

Sin dall’inizio Galli della Loggia tenta un parallelo tra l’8 settembre 1943 ed il 5 novembre 2017, completamente incentrato sulla Sicilia. A suo avviso, in modo gratuito e con aggettivazione opinabile, è da accostare la crisi del PNF “corrotto e pervertito legame con lo Stato risorgimentale” a quella esplosa (finalmente) del partito, presentato da sempre come simbolo di correttezza politica e di limpidezza amministrativa, considerato, dimenticando le affettuose cure ricevute dai giudici all’epoca di “Tangentopoli” “l’ultimo legame tra il sistema politico italiano attuale, la sua ideologia e la sua costituzione materiale, e la Repubblica nata tra il 1946 e il ‘48”.

Il PCI di allora e dei decenni seguenti ed i suoi odierni camuffamenti è il primo e l’ultimo rimasto dei movimenti e raggruppamenti nati dalla Resistenza, responsabili del “baratro”, del “vuoto” in cui oggi gli italiani sono costretti a vivere. Si pensi tra i temi più scottanti sul tappeto quello delle pensioni, basato in modo macabro sulla crescita o la diminuzione della “speranza di vita”.

Galli offende, poi, incredibilmente la propria fondata ed accreditata intelligenza, citando un corresponsabile “forse troppo silenzioso fino ad oggi”, nientedimeno il più volte presidente del Consiglio, Romano Prodi, “benemerito” al pari dei cattolici democratici, a partire da Dossetti e da Giordani.

Indirettamente critica le “compassate osservazioni di sapore politologico”, espresse a smentita o ad attenuazione del “vuoto di legittimazione che sta inghiottendo il sistema politico.

Prima di esprimere un giudizio assurdo, denunzia “la secessione silenziosa del demos dal regime”, sulla cui vitalità non recano davvero prove credibili le ridicole “primarie” a pagamento, enfatizzate dalla politica di avanspettacolo.

Le parole con cui Galli criminalizza l’astensionismo vanno colte nella loro intierezza e come tali respinte e rigettate senza esitazioni e senza incertezze.

L’astensionista, caro collega, è un coraggioso e non un vigliacco, capace di rifiutare e non di adeguarsi, di disprezzare e di non subire, non è colpito da “torpore” e soprattutto nella “morta gora” del nullismo berlusconiano, forte unicamente di grottesche “armate Brancaleone” e dell’insipiente tracotanza renziana, spalleggiata e coccolata principalmente dalle reti televisive Rai e Mediaset, non risente affatto “l’eco tuttora viva di un antico qualunquismo”. Ancora è incompatibile con la “rassegnata disperazione” e con la “disperata rassegnazione”.

L’astensionista, magari, nel corso della sua attività e della sua vita professionale, ha dovuto subire torti, discriminazioni, accantonamenti, trovando nel segreto dell’urna l’occasione per manifestare il proprio consenso per identità forti e solide e non ha taciuto nel comodo delle aule giudiziarie, senza nulla patire, come ha fatto il magistrato Grasso.

Nelle righe finali Galli riconosce che i miglioramenti segnati dall’economia italiana non sono isolati ma identici e forse inferiori a quelli fatti segnalare dal Kazakistan o del Montenegro. Sconfortato, ammette di non essere ottimista di fronte alla “realtà” e all’”immagine” dell’Italia e della sua politica, zeppe di “fenomeni degenerativi presenti nelle istituzioni e nel corpo del Paese reale” e lontane da una prospettiva di metamorfosi sufficiente , anche soltanto vaga.

Prova palmare del vuoto di valori dell’ ex Stato, è rappresentata dall’increscioso sventolio sulle rive del Piave non del tricolore ma del leone di San Marco.