Elezioni sì, elezioni no, elezioni forse. Mentre la politica replica all’infinito i suoi slogan e i suoi refrain nella solita interminabile campagna elettorale, l’esistenza degli italiani continua a fare i conti con i tanti drammi di una quotidianità spietata come non mai e con il solito disinteresse della sua classe politica impegnata nelle consuete risse da talk show in un rivolo di facce accalorate e di parole insulse e sprecate come da prassi.

Così, il malessere popolare continua indisturbato a lievitare a dismisura per la gioia dei demagoghi di casa nostra, che si apprestano a mettere il sigillo a cinque stelle al voto di protesta delle prossime consultazioni politiche, presto o tardi che vengano convocate. In questo modo, mentre i retroscena quotidiani sulla sindaca di Roma squarciano ogni giorno di più il velo su un movimento politico che sembra tutto fuorché un’isola di trasparenza, il Movimento 5 stelle si candida al governo del Paese senza che nessuno riesca ad opporre un progetto capace di contendergli con un barlume di credibilità la sua marcia verso Palazzo Chigi.

 

Sul tavolo della proposta politica, sui media nazionali la scena è dominata dallo scontro feroce per la segreteria tra fratelli coltelli del fu Partito democratico, oggi ridotto a un’accozzaglia di correnti e candidati veri o presunti in competizione. Una competizione che vede impegnato in prima persona il grande sconfitto al referendum costituzionale, quel Matteo Renzi che invece di lasciare la politica in coerenza con i giuramenti della vigilia rilancia con sprezzo della volontà popolare la sua candidatura al governo e una voglia irrefrenabile di andare alle urne. Una candidatura che svuota di senso e di effetto l’azione del governo Gentiloni, nato e tenuto appeso al respiratore automatico al solo scopo di tenere in vita una legislatura defunta il 4 dicembre e in attesa soltanto di formale sepoltura. Una candidatura che rischia di spaccare l’ex primo partito italiano, sospeso tra le minacce dalemiane di scissione e la convocazione di elezioni primarie, dall’esito tutt’altro che scontato. A conti fatti, al netto delle parole e delle analisi da bassa ingegneria politica resta al timone dell’Italia l’ennesimo governo non eletto dai cittadini.

Non meno ingarbugliata è la situazione nel campo avverso, un centrodestra che appare come non mai ancora alla ricerca di un progetto comune e soprattutto di un leader in grado di unire le tante anime divise dalla diaspora interminabile del vecchio Polo delle Libertà.

A dominare la scena è il tandem Giorgia Meloni – Matteo Salvini, l’unica realtà capace di duellare con vigore con il campo avverso e di attrarre consensi, anche se i numeri dei sondaggi sembrano circoscrivere le sorti del binomio a quelle di una compagine senz’altro forte ma ancora priva di una reale capacità di spiccare il volo verso la maggioranza in parlamento.

Una maggioranza che, al momento, sembra alla portata del Movimento cinque stelle, anche se la strada per il governo sembra sbarrata sul nascere dall’impossibilità esistenziale di siglare alleanze. Fatto sta che, per quanto attiene all’individuazione di una legge elettorale davvero risolutiva del marasma attuale, tra proposte vere o artificiose di Italicum, Consultellum o chissà quale altra diavoleria lessicale è ormai chiaro a tutti quello che gli italiani avevano intuito sin da subito: facilitare il compito degli elettori non conviene a nessuno.