A che punto è la notte? Per saperlo o almeno per tentare di capirlo abbiamo incontrato la professoressa Antonella Viola, immunologa, ordinaria di patologia generale presso l’Università degli Studi di Padova e direttrice scientifica dell’Istituto di Ricerca Pediatrica della Fondazione Città della Speranza. Una vera autorità del settore. La professoressa ha infatti coordinato diversi progetti di ricerca nazionali, europei e americani finalizzati allo studio delle relazioni tra sistema immunitario e cancro. In più è membro del comitato scientifico dell’Associazione Italiana Ricerca sul cancro (AIRC); revisore per la Commissione Europea dei progetti europei di eccellenza scientifica (ERC).

Per il suo contributo all’immunologia ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Roche, il premio del Cancer Research Institute of New York, il premio Chiara D’Onofrio, il premio Young Investigator dell’European Molecular Biology Laboratories (EMBO), il premio Donne Eccellenti della fondazione Belisario, il grant dell’European Research Council come Advanced Investigator. Nel 2016 è stata nominata membro della “European Molecular Biology Organization” (EMBO), prima donna dell’Università di Padova e di tutto il Nord-Est. La prof.ssa Viola è stata invitata a tenere conferenze in centri di ricerca di tutto il mondo, tra cui Imperial College of London, Institut Pasteur a Parigi, Harvard Medical School a Boston, Università di Oxford, Medical Research Council di Cambridge, Jefferson University di Philadelphia e molti altri.

Professoressa Viola visto dal punto di vista di una scienziata riconosciuta a livello internazionale quali sono i problemi e l’impatto di questa pandemia?

Credo che uno dei problemi sia stato nella logica del ragionamento iniziale per cui si è pensato di trovarsi di fronte a una scelta: salute o economia. In realtà questo è un ragionamento debole perché non c’è questa opzione di scelta. Salute è anche economia: i costi della “malattia” sono enormi. Davvero si pensa che se migliaia (solo in Italia) di persone muoiono e molte di più si ammalano gravemente questo non ha un grave impatto economico?

Secondo Lei qual è stato l’andamento della risposta dello Stato e delle sue articolazioni a questa emergenza che ormai riguarda tutto il nostro continente?

C’è stata parecchia confusione all’inizio che non ha aiutato, anzi. Sulla base della preoccupazione per il commercio si è arrivati a sostenere pubblicamente che eravamo di fronte ad una influenza o poco più, e questo ha ovviamente incoraggiato le persone a uscire e contagiarsi. Le misure messe in atto oggi sono giuste, sono le minime necessarie. In alcuni casi, un maggior numero di “zone rosse” – per esempio a Bergamo – avrebbe evitato la tragedia che è sotto gli occhi di tutti. Quello che è importante è capire che se si tornerà troppo presto alla normalità, se le misure di isolamento verranno eliminate troppo presto, l’epidemia ricomincerà: bisogna quindi tenere la barra dritta e sopportare.

Secondo Lei c’è stata una sottovalutazione del rischio,soprattutto all’inizio,in cui si sono registrati i primi casi in particolare in Lombardia e in Veneto?

Sì, come dicevo, non si è compreso da subito quanto potesse essere grave la situazione, nonostante alcuni di noi continuassero a mettere in guardia dal pericolo della sottovalutazione. In questo però la colpa non è solo dei politici, visto che persino qualche collega ha enormemente sottovalutato il pericolo, creando confusione e gravi danni.

La scelta della Regione Veneto di fare tamponi a tappeto è un errore o diventa una necessità ?

Da quello che comprendo, la scelta non è di fare tamponi a tappeto ma di identificare i possibili contagiati attraverso una mappatura delle persone a rischio (sanitari e contatti stretti). Se è così, è la scelta giusta perchè sicuramente il grosso problema oggi sono tutti gli asintomatici contagiosi. I tamponi a tappeto, nel senso “a caso”, non hanno senso ma sono certa che non si andrà in questa direzione.

Quali sono i reali rischi per la sanità pubblica e le difficoltà nelle strutture socio-sanitarie vista la pressione esercitata in questa fase emergenziale?

Sono tanti, come vediamo purtroppo in questi giorni. I medici e gli infermieri si infettano e quindi il personale ospedaliero, già in scarso numero e provato dall’epidemia, diminuisce, mentre i malati aumentano. I reparti si riempiono di pazienti che sono difficili da gestire perchè contagiosi, togliendo il posto a tutti gli altri pazienti. Le terapie intensive non hanno posti illimitati, anzi! E, se sono occupate dai malati di Covid-19, non sono a disposizione per tutte le altre emergenze.

Alcuni esperti dicono che non è certa la diffusione del virus nelle regioni meridionali. Secondo  Lei c’è il rischio di sottovalutazione in particolare dell’opinione pubblica?

Chiariamo un concetto: nessuno può dirsi esperto di SARS-CoV-2 perché il virus è comparso a novembre e ce ne stiamo occupando da un paio di mesi. Quindi tutte le previsioni sono azzardate. Bisogna evitare che si arrivi nelle regioni del Sud ai numeri che abbiamo al Nord. Bisogna evitarlo a tutti i costi.

Parliamo ora dei soggetti più a rischio che sono sicuramente gli anziani ma anche i bambini quali consigli si sente di trasmettere alle famiglie che vivono giorni di apprensione?

I soggetti più a rischio sono gli anziani, è vero, ma purtroppo ci sono stati ricoveri e decessi anche tra persone giovani. Per quanto riguarda i bambini, uno studio cinese pubblicato su una prestigiosa rivista ha analizzato l’andamento dell’infezione in 10 bambini e mostrato che la sintomatologia in questi è molto più lieve che negli adulti. Ma questo non significa che un bambino non possa ammalarsi, anche gravemente, quindi il consiglio per i genitori è di non sottovalutare l’infezione e proteggere i propri cari. L’unico modo per proteggerci al momento è quello di isolarci, di evitare contatti con altre persone. So che è terribile, soprattutto per i bambini e i ragazzi, ma stiamo vivendo un momento drammatico e bisogna fare tutti dei sacrifici.

La diffusione del virus sta coinvolgendo ormai tutta l’Europa. Secondo Lei c’è stata sottovalutazione?

Negli altri paesi? Sì certamente. Ma è durata poco, ora si stanno muovendo tutti – o quasi – nella direzione giusta. L’Italia ha avuto la sfortuna di essere il primo paese così duramente colpito e quindi non ha potuto imparare dagli errori degli altri.

C’è il rischio che nonostante gli sforzi fatti qui in Italia la diffusione continui a salire?Qual è il dato che più la preoccupa?

Mi preoccupa molto il sommerso: soprattutto in Lombardia, il numero di positivi deve essere necessariamente molto più alto del numero dichiarato. I tamponi finora si sono fatti solo ai sintomatici, perdendo la tracciabilità di tutti coloro che sono infetti ma senza sintomi. Se non riusciamo a ottenere questi dati sarà difficile contenere l’infezione. Un altro dato preoccupante è stato da poco pubblicato, sempre sullo studio cinese sui bambini: gli scienziati hanno mostrato che in bambini guariti (niente più sintomi e tampone orale negativo) il virus era ancora presente nel tampone rettale, quindi nelle feci. Questo è un dato allarmante che spero venga subito tenuto in considerazione dai nostri medici.

Dalle considerazioni di alcuni esperti, purtroppo, si capisce che il ritorno alla normalità non sarà poi così vicino. Secondo  Lei si possono ipotizzare dei tempi per un ritorno alla normalità?

Sto vedendo girare il “toto data-del-picco” da giorni. Di nuovo, non ha senso azzardare previsioni precise, soprattutto se i numeri che abbiamo non sono veritieri, come dicevo prima. Per tornare alla normalità sarà necessario non solo raggiungere il picco, ma superarlo abbondantemente. Se si avrà fretta, l’infezione ricomincerà a girare. Francamente non credo che potremo tornare alla assoluta normalità prima di 2-3 mesi, anche se me lo auguro.