Su capo Guardafui, punta estrema del corno d’Africa, svetta solitaria e imperturbabile una torre di pietra a forma di fascio littorio. È il faro Francesco Crispi, un’opera “impossibile” di 19 metri d’altezza circondata dal nulla. Da decenni la struttura è abbandonata, ma un tempo la sua luce guidava le navi che attraversavano quelle acque perigliose. La sua storia turbolenta — un intreccio di esotismo, tecnica, avventura — sarebbe di certo piaciuta a Jules Verne — che non ha caso scrisse “Le Phare au bout du monde” — a Conrad, Melville e a Hugo Pratt.

Tutto iniziò nel 1869 con l’apertura del canale di Suez, la grande strada d’acqua tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, progettata dall’ingegnere trentino Luigi Negrelli e coordinata dal francese Ferdinand Lesseps. La nuova via per le Indie passava obbligatoriamente per capo Guardafui, il “leone dormiente”: un punto pericoloso, spesso avvolto nelle nebbie e dai fondali insidiosi, popolato da genti per nulla ospitali. Negli anni decine di piroscafi si schiantarono contro gli scogli, con gran gioia dei pirati migiurtini che regolarmente depredavano i bastimenti e massacravano allegramente i naufraghi.

Presto le potenze coloniali, incalzate dagli armatori e dalle assicurazioni, iniziarono a discutere sulla necessità di costruire in quel posto sperduto una lanterna potente e ben difesa, ma nessuno (tanto meno la potente Gran Bretagna e l’ambiziosa Francia, presenti rispettivamente ad Aden e Gibuti) volle accollarsi i costi dell’impresa. Alla fine toccò all’Italia, l’ultima arrivata sulla scena africana.

Nella grande spartizione coloniale al governo di Roma, ansioso di ricavarsi “un posto al sole”, toccarono le lande più desolate del continente, l’Eritrea e la Somalia (la Libia e l’Etiopia sarebbe arrivate più tardi) e quindi anche il desolatissimo Guardafui. Da qui la decisione — nonostante le difficoltà militari e logistiche e i pochi fondi disponibili — di costruire la struttura (completata nel 1924 e ricostruita, in forme littorie, nel 1930) e l’inizio di una vicenda appassionante, travagliata e sanguinosa, ben ricostruita da Alberto Alpozzi nel suo libro “il Faro di Mussolini”.

Con mano sicura lo scrittore inserisce la piccola saga del Crispi nel più vasto capitolo della presenza italiana in Africa Orientale, dall’Ottocento al secondo dopoguerra sino alla troppo rapida decolonizzazione. Ecco allora le avventure dei primi esploratori, le intuizioni di visionari coraggiosi come Bixio e Crispi, le opere di amministratori lungimiranti come Luigi Amedeo d’Aosta e Cesare Maria De Vecchi, Guido Corni e Maurizio Rava. A loro, e tanti altri meno noti ma non certo meno validi, la Somalia deve opere importanti, a volte imponenti come bonifiche, ferrovie, scuole, ospedali, porti, ponti, dighe, città. E fari come il Crispi, una piccola, grande testimonianza di quel “colonialismo di civiltà” italiano (e fascista…) così diverso dalle spietate politiche di rapina e sfruttamento tipiche del modello imperiale anglosassone e dagli ancor più micidiali  saccheggi post-coloniali.

Temi importanti che gli italiani, popolo distratto, hanno da tempo scordato. «È per questo motivo», come ricorda Giorgio Ballario nella sua bella e densa introduzione, «che un opera come quella di Alpozzi rappresenta un piccolo ma significativo passo verso la riappropriazione della memoria collettiva. Perché la micro-storia di un faro italiano che ancora esiste — e resiste— sulla punta più orientale dell’Africa, diventa simbolo concreto di un fenomeno che non ha avuto eguali nelle precedenti esperienze coloniali europee».

 

 

Alberto Alpozzi

IL FARO DI MUSSOLINI

001 edizioni, Torino 2015

euro 18.00