Ieri ho pubblicato un piccolo tweet «Adesso però risparmiateci i racconti sofferti delle baby squillo. Mignotte consapevoli e spontanee; giovanissime ma sempre mignotte».  Apriti cielo. La mia riflessione ha determinato, come prevedibile riflesso pavloviano, una serie sconfinata di reazioni, poco argomentate ed assai cariche di insulti.
Detto che tutto ciò non mi sposta né intimidisce, credo ora sia opportuno dire qualcosa che non può stare in 130 caratteri.
Premesso che IN NESSUN CASO la mia considerazione sminuisce la gravità del comportamento di chi frequenta le cosiddette baby-squillo né la necessità di perseguirli e condannarli secondo le leggi opportunamente in vigore, ciò che mi preme una volta in più stigmatizzare è l’omologazione relativista che ci impedisce ormai di cogliere la china distruttiva assunta dalla nostra società.
Ho infatti reagito ad un articolo apparso sul Corriere, nel quale pare che alcune di queste fanciulle (prontamente imbeccate dai legali di famiglia) abbiano cominciato a raccontare che “volevano solo avere qualche soldo in tasca, e quindi un’ora si poteva pure sopportare”.
Beh, io NON credo che serva a nulla cadere nel solito, ripetuto e stantio linguaggio”politicamente corretto”, e dimenticare che molte di queste ragazze hanno lucidamente descritto che sapevano come truccarsi per sembrare più grandi, chi contattare per adescare squallidi clienti, quanti soldi chiedere e come utilizzarli.
Erano, cioè, PERFETTAMENTE COSCIENTI di quanto stavano facendo.
Il che NON RENDE meno colpevoli quelli che ci andavano, ma pone un problema assai più serio che non può essere risolto con la commiserazione da un tanto al chilo con cui si finge di pulirsi le coscienze.
Perché, a mio avviso, il problema è assai più profondo e radicato nella falsa mentalità che permea la nostra società.
Quello che paghiamo, é un lungo percorso di abbattimenti di valori, di regole, di gerarchia di rapporti. Avere annullato l’autorità genitoriale per cui ogni divieto diventa un sopruso; aver spaventato gli insegnanti al punto da indurli a rinunciare a redarguire gli allievi; aver fatto prevalere il pensiero che tutto sia dovuto e che la vita sia sempre e solo la rivendicazione di diritti anche quando questi si tramutano in capricci; aver cancellato il senso del sacrificio come prodromico al raggiungimento di qualsiasi obiettivo.
QUESTI sono i problemi veri in cui ci siamo cacciati. E non servirà far passare quattro mocciose per povere vittime a riscattare una società corrotta, in cui la stessa famiglia é ridicolizzata in ogni occasione e da ogni parata carnevalesca dell’orgoglio diverso.
TROPPO COMODO, oggi, gridare alla galera per i clienti. Ci devono andare, e deve pure essere gettata la chiave, anche se prima o poi qualche nuovo indulto o amnistia li rimetterebbe in circolazione tra il plauso dei benpensanti.
Ma CHI e perché dava a quelle ragazze il danaro per agghindarsi ed atteggiarsi come prostitute d’alto bordo? CHI e perché non si è accorto che altro, troppo danaro circolava nelle loro tasche tanto da permettere loro vizi irraggiungibili per la gran parte delle coetanee?
Ma guarda un po’: è stata la famiglia ad essere “distratta e assente”, quella di cui si è voluto distruggere la credibilità; sono stati i genitori, quelli cui si é inculcato che oggi bisogna essere solo amici dei figli senza alzare la voce, quelli che se ti scappa un benefico e salutare ceffone finisci davanti al tribunale dei minori.
Si chiama relativismo, buonismo, ben-altrismo. Si chiama un po’ come volete voi.
Ma è questo quello che non funziona più. E oggi, forse, è troppo tardi per rimettere le cose a posto.
Con buona pace di chi versa lacrime di coccodrillo.