Vengono ancora una volta dai Balcani, e più precisamente dal Kosovo, notizie preoccupanti sulle possibili infiltrazioni in Europa di ex combattenti jihadisti di ritorno dai fronti caldi di Siria ed Iraq. Gli ultimi dati arrivano dal centro studi per la sicurezza del Kosovo, ente che ha stimato in ben 316 i volontari kosovari che nel corso di questi ultimi anni hanno lasciato la piccola nazione balcanica per recarsi a combattere nei paesi del Medio Oriente sconvolti dalla “guerra civile” mussulmana. Tra questi jihadisti, dato non trascurabile, ben 40 sono le donne arruolatesi nelle fila dell’esercito del Califfato. Di questi combattenti molti sarebbero morti in battaglia, ma 117 avrebbero fatto ritorno in patria secondo i servizi di sicurezza. E con tutta probabilità per fare proselitismo, se non addirittura per lavorare alla creazione di cellule dormienti pronte ad attivarsi per mettere a segno attacchi nei Balcani e nel resto d’Europa.

Si tratta di numeri che se considerati in maniera assoluta non sembrano rappresentare un gran problema. Tuttavia vanno contestualizzati nella realtà kosovara: il paese balcanico conta poco più di due milioni di abitanti (2,2 per l’esattezza, di cui 120mila serbi) ed in percentuale è tra quelli che ha “offerto” più volontari al Califfato. E non si tratta, come accaduto per i jihadisti francesi o britannici, di immigrati di seconda e terza generazione, bensì di mussulmani kosovari che negli ultimi vent’anni hanno subito la presa dei predicatori wahabiti, rappresentanti di un’interpretazione dell’islam sunnita rigoroso ed estremista. Sostenuti dai fondi sauditi questi predicatori hanno trovato terreno fertile nei Balcani usciti lacerati dalle guerre degli anni ’90. La “dorsale verde” –ovvero una presenza islamica radicale che dai Balcani (Kosovo, Albania, Biosnia) punta verso l’Europa centrale- individuata già al termine della guerra di Bosnia dagli osservatori più attenti è oggi una realtà evidente. Eppure non sempre oggetto della dovuta attenzione da parte dei paesi europei.

Sulla presenza di centri islamici radicali, di predicatori e reclutatori, di veri e propri campi di addestramento (come raccontato anche su queste pagine) in Bosnia, Albania e Kosovo Europa e Stati Uniti hanno spesso preferito fingere di non vedere. Vuoi perché la politica statunitense e dell’Unione Europea è stata sempre quella di sostenere la componente albanese e bosgnacca contro i serbi ortodossi (e filorussi, “colpa” non da poco di questi tempi), vuoi perché negli anni molti legami sono stati stretti con gli ex combattenti dell’Uck ora riconvertitisi in buona parte dalla causa dell’indipendentismo kosovaro a quella dell’Islam radicale. Un cambio di rotta, almeno da parte dei paesi europei, sarebbe auspicabile.