In Balcania anche un trenino può diventare un casus belli. Ecco i fatti. Il governo serbo ha deciso dopo 18 anni di riattivare il collegamento ferroviario tra Belgrado e Mitrovica nord, il principale centro serbo in Kosovo. Apparentemente un segno di distensione che, invece, ha rilanciato le tensioni inter etniche e i mai sopiti odii tra le due comunità. Il motivo? Con poco tatto e tanto orgoglio, il convoglio è stato decorato all’interno con riproduzioni di affreschi di monasteri ortodossi nella regione contesa (la Serbia non ha mai riconosciuto la secessione della sua antica provincia) e all’esterno con un motto inequivocabile, ripetuto in 21 lingue (compreso l’albanese): «il Kosovo è serbo».

Da qui la mobilitazione dei kosovari d’etnia albanese e di religione musulmana, lo schieramento delle milizie di Pristina, la minaccia di minare la strada ferrata e, infine, lo stop al confine di Raska del treno incriminato. Una provocazione intollerabile per il presidente serbo Tomislav Nikolic che, assieme al capo di Stato Maggiore  Dikovic, ha subito convocato il Consiglio di sicurezza. Il presidente ha affermato furente che la Serbia «è un Paese che deve proteggere il suo popolo e il suo territorio», ex provincia meridionale del Kosovo inclusa. E se, a causa del treno, «saranno uccisi dei serbi» in Kosovo, allora Belgrado non esiterà a inviare l’esercito a proteggerli: e non solo l’esercito, «ci andremo tutti, io incluso». Le dichiarazioni di Nikolic hanno subito infiammato la minoranza serba che è scesa in piazza a Mitrovica e dintorni per protestare in favore del convoglio “nazionalista”. A sua volta  Pristina ha risposto duramente. Il primo ministro kosovaro Isa Mustafa ha accusato i serbi di voler destabilizzare  il Paese e ha chiesto aiuto a Washington e Bruxelles.

Un bel bordello. Ma per gli analisti la stramba “disfida ferroviaria” balcanica cela ben altro: in Serbia si vota ad aprile ed un messaggio nazionalista è sempre ben accolto dall’elettorato, poi vi è l’arresto in Francia dell’ex primo ministro kosovaro  Ramush Haradinaj sulla base di un mandato di cattura per crimini di guerra — in particolare l’uccisione di 60 civili serbi durante la guerra — emesso da Belgrado, che ne chiede l’estradizione. Un altro rompicapo per l’Unione Europea. Insomma, non c’è pace nell’ex Jugoslavia, nemmeno lungo i binari.