Sembra volgere al termine la battaglia di Derna: le truppe dell’Esercito Nazionale Libico del generale Haftar – in realtà un insieme poco omogeneo di vecchi reparti regolari e milizie locali e tribali – negli ultimi giorni hanno sfondato le difese delle milizie islamiste e, dopo aver conquistato le aree periferiche della città, avanzano verso i quartieri del centro. Il porto di Derna, invece, resta ancora sotto il controllo dei miliziani, anche se le comunicazioni via mare sono rese estremamente difficili a seguito del blocco imposto dalla “flotta” di Haftar. Nell’operazione, infatti, l’Esercito Nazionale Libico ha schierato praticamente ogni imbarcazione in grado di galleggiare in suo possesso: dalle vedette armate alla meno peggio con quanto offrono i vecchi arsenali di Gheddafi, all’ammiraglia della flotta, il pattugliatore Al Karama (nella foto).

Interessante la storia di questa unità: si tratta di un vecchio pattugliatore irlandese, messo in disarmo dopo ben 36 anni di servizio. Radiato nel 2016 dalla Guardia Costiera irlandese, il P 23 Aisling è stato venduto nel 2017 per 110mila euro ad una società olandese che avrebbe dovuto rottamarlo. Invece che essere tagliate dalla fiamma ossidrica, però, le lamiere del P 23 sono state rimesse a nuovo, tanto che pochi mesi dopo il pattugliatore – nel frattempo acquistato da una società emiratina – è comparso nuovamente in mare al largo del Portogallo. Entrato nel Mediterraneo il P 23, diventato Al Karama, è arrivato poi in Cirenaica per entrare a far parte della raccogliticcia flotta del generale Haftar, diventandone la nave ammiraglia.

Segno evidente, la vicenda del pattugliatore ex irlandese, di come nelle sabbie e nelle acque libiche si concentrino interessi di molti attori, pronti a sostenere i propri alleati con forniture di mezzi – grazie al vecchio sistema della triangolazione con Paesi terzi – che, sebbene vetusti, nello scenario libico possono fare la differenza.

Haftar, signore della Cirenaica, si avvia dunque a vincere la battaglia di Derna, riportando sotto il controllo del governo di Bengasi l’ultimo dei grandi centri costieri in mano agli islamisti. E ad alcune milizie vicine al governo di Tripoli guidato da Serraj, il leader del governo libico riconosciuto a livello internazionale. E’ evidente come la conclusione vittoriosa della battaglia avviata lo scorso mese di maggio rafforzerà la posizione di Haftar, anche in vista delle elezioni generali che dovrebbero tenersi – qui più che mai il condizionale è d’obbligo – nel prossimo mese di dicembre.

Un appuntamento elettorale frutto degli impegni – informali – assunti dalle parti in campo in Libia in occasione del recente vertice parigino organizzato dal presidente Macron. Appuntamento che, una volta di più, ha evidenziato il dinamismo francese nella complessa partita libica. Dinamismo segno di un interesse concreto più che per la pacificazione della Quarta Sponda, per lo sfruttamento delle sue risorse energetiche. Una partita che Parigi sta giocando a tutto danno di Roma, in barba ad ogni forma di “solidarietà europea”, slogan tanto caro agli euroinomani pronti ad abdicare ad ogni forma di interesse nazionale italiano in favore di un evanescente – nel migliore dei casi – spirito europeo. “Spirito” ovviamente subordinato alle esigenze dei mercati, vero Leviatano del XXI secolo.

La Francia, del resto, con la presidenza Sarkozy è stata promotrice dell’intervento internazionale che ha abbattuto il regime di Gheddafi, condannando la Libia a sette anni di guerra civile ed al crollo dell’economia. E regalando all’Italia ondate di immigrati, gestite, con ampi guadagni, dai nuovi signori della guerra libici. Del resto Parigi persegue con evidente coerenza l’obiettivo di soppiantare l’influenza politico-economico di Roma in Libia e lo fa con la tradizionale spregiudicatezza – ed aggressività – della sua politica estera, vecchio retaggio dell’Impero.

E’ l’Italia che, finora, non sembra aver giocato al meglio la sua partita sulla Quarta Sponda. A lungo più che la diplomazia della Farnesina ha ben lavorato la “diplomazia parallela” dell’Eni, un lavoro che ha consentito di limitare i danni di una mancanza di coerente visione geopolitica tanto da parte del governo di centrodestra in carica all’inizio della crisi, quanto di quelli tecnico e di centrosinistra che lo hanno seguito. In ritardo Roma ha dispiegato una timida presenza in Tripolitania – con la missione Ippocrate, realizzata con il dispiegamento di un ospedale da campo a Misurata – , per poi passare alla fornitura di mezzi navali alla Guardia Costiera di Tripoli, all’addestramento di personale ed alla stipula di accordi che hanno limitato gli sbarchi di immigrati provenienti dalla rotta libica. Troppo a lungo timido – o inesistente – il dialogo con Haftar (solo per scrupolo legalistico verso il governo Serraj riconosciuto dalla comunità internazionale?), mentre la Francia giocava su entrambi i tavoli, sostenendo ufficialmente Serraj, ma schierando le proprie forze speciali nella Cirenaica di Haftar. E rafforzando la posizione di Total in Libia.

C’è da sperare che il nuovo governo giallo-verde metta la Libia al centro della propria agenda e non solo per la questione – pur importantissima – dell’immigrazione. Far valere gli interessi nazionali – anche e soprattutto nel campo dell’accesso alle fonti energetiche – prima di un evanescente “spirito europeo” rappresenterà il primo, vero segnale di quel cambiamento di rotta annunciato da Lega e M5S.