Dopo la perdita di 63 soldati e una caduta di immagine, a livello internazionale, di notevole gravità, il governo israeliano – che aveva scelto, con non poca avventatezza, di attaccare Hamas a Gaza – non può che fare altro che imboccare la via della “dignitosa ritirata”.
Il conflitto urbano – stranamente sottovalutato dai vertici dello Tsahal – si è rivelato null’altro che quello che poteva essere: una gigantesca trappola per topi, tra l’altro predisposta da Hamas con una accuratezza assai superiore al passato. Così, le perdite israeliane hanno cominciato a salire e non si sono più fermate. Del resto, 63 morti in combattimento (al momento in cui scrivo) sono un’enormità, soprattutto in funzione dei risultati ottenuti: zero, se non la riprovazione internazionale per aver provocato oltre un migliaio di vittime civili, tra cui donne e bambini.
Poiché non ritengo che la massima dirigenza israeliana non sia in grado di comprendere il dilemma in cui si è cacciata (non a caso sta cercando di uscirne…), credo si debba necessariamente pensare a una grave sottovalutazione del nemico, dei suoi livelli di preparazione, della sua determinazione.
E’ vero che Hamas era nota, fino a qualche tempo fa, come un’organizzazione le cui capacità militari erano lungi dall’essere eccelse, ma si può ancora dire così?
Sicuramente le perdite umane che essa ha subito sono state elevatissime, ma, in un conflitto urbano la “conta dei morti” ha un valore molto relativo. I miliziani sono pronti a morire, in quanto impegnati in una guerra patriottica. Se non lo fossero, non si impegnerebbero individualmente in un conflitto tanto asimmetrico. Non si può dire altrettanto, per contro, per lo Tsahal, che sicuramente possiede dell’unità d’élite di altissimo livello, ma la cui qualità media – come è testimoniato da molti studi tecnici sul tema – è in costante erosione.
Come dimenticare che Israele ha perduto da tempo la dimensione cultural-spirituale delle origini e si è trasformata nella classica società che definirò occidentale solo per farmi comprendere (aborro infatti tale definizione)? Una società dove le spinte ideali hanno lasciato progressivamente spazio a valori di tutt’altra natura. Certo, rimane la dimensione della “difesa della patria in pericolo”, ma quanto vale – come propellente – in una guerra scopertamente offensiva?
E quanto è pronto lo Tsahal a sostenere fino in fondo un conflitto urbano? Le vicende della guerra e i modi in cui i 63 morti israeliani si sono accumulati parlano certo di una crescente capacità militare di Hamas, ma testimoniano pure di trascuratezze, sorprese, colpevoli abitudini routinarie, sottovalutazione del nemico, etc.
Come sempre accade in casi del genere, ora i militari israeliani imputano ai loro nemici di “non attenersi alle regole”. Francamente tale affermazione fa un po’ sorridere, poiché a quali regole avrebbe dovuto attenersi Hamas, a quelle che la volevano tradizionalmente soccombente?
La guerra è una realtà dinamica, una delle più dinamiche esistenti, nell’ambito della quale le regole – se regole vi sono – richiedono modifiche e correttivi quotidiani. Per ora, è chiaro che Israele, dopo l’insuccesso del conflitto del 2006 con gli Hezbollah libanesi, non ha migliorato le proprie capacità militari nella guerra asimmetrica in ambiente urbano, anzi forse le ha addirittura peggiorate (o comunque Hamas ha migliorato le proprie). Potrà migliorarle in futuro, ma dovrà riflettere a lungo e approfonditamente su ciò che è accaduto in questi giorni, e a quale prezzo per l’immagine dello Stato ebraico.
La guerra asimmetrica si conclude sempre con “la sconfitta del vincitore”, ma questa volta Israele non ha proprio vinto alcunché. Ha solo perso credibilità militare (molta) e politica.