È quasi unanime il “bravo” a Di Battista, generale a cinque stelle, il quale annuncia di non avere intenzione di ricandidarsi al Parlamento. Personalmente non gli darei da amministrare neanche un condominio, ma istintivamente credo alle sue motivazioni, comprendendo bene quanto la politica possa essere logorante e avvilente per chi cerca di farla in maniera pulita, da persona onesta.

 

All’unanimità del bravo aggiungo perciò un asterisco. La rinuncia alla politica attiva da parte di una brava persona – accettiamo in premessa il ritratto quasi già agiografico del Di Battista – chiunque essa sia, è una sconfitta di tutti, a prescindere dalla parte politica. Chi plaude il bel gesto dovrebbe però anche domandarsi cosa significa davvero. Ad esempio, occorre ricordare che proprio a chi alimenta l’antipolitica, cercando di convincerci che tutti i politici indistintamente siano ladri o arraffoni, che così facendo non si fa che scoraggiare e danneggiare proprio coloro che fanno politica non da ladri né da arraffoni.

 

Forse Di Battista era solo stufo. Nel suo profilo ideale non ho parlato di preparazione e l’ho fatto di proposito. Tanti lo reputano impreparato, per il livello di responsabilità cui sarebbe facilmente destinato: può essere che lo sia. Lunghissimo è d’altronde l’elenco degli impreparati in moltissime importanti posizioni. Occorre premettere però, ad onor del vero, che l’urgenza in politica è oggi una preparazione anzitutto morale. I Cinquestelle che l’hanno capito e sono anche disposti a perdonare i congiuntivi. Ma non parlo di semplice integrità: i tempi che la nostra Nazione vive, e ancor più quelli che ha davanti, richiedono una tempra morale incrollabile.

 

Se non si è in grado di resistere alle sollecitazioni emotive di certi livelli di responsabilità, se non si è davvero certi di quello che si sta facendo, è bene andarsene. Se non si è disposti a convivere, gomito a gomito, anche con i ladri e gli arraffoni, senza lasciarsene corrompere, è bene andarsene. La politica è un fardello, un animale iroso che scalcia: ma guai a credere alla favola che non conta più nulla. Questo è l’altro lato dell’antipolitica, quello più subdolo; far credere che i politici non possano nulla, così che chi può si appropri di tutto. Se Di Battista preferisce girare il mondo con la famiglia ciò è comprensibile ed è meglio che lo faccia: sia per lui, che per i suoi cari, che per l’Italia.

 

A breve, molto a breve spero, ci sarà da discutere con i potentati internazionali di ciò che l’Italia deve ritornare a pretendere in termini di rispetto e autonomia politica. Per farlo occorrono persone inarrestabili, preparate appunto sul piano morale e di contenuto. La sola preparazione tecnica abbiamo purtroppo già visto dove può condurre.

 

Non so quali siano le motivazioni di Di Battista. Se fosse, occorre tempra anche nel riconoscersi carenti. Almirante, caro proprio al padre di Dibba, riconosceva a sé stesso la capacità di scegliere il giusto momento per uscire di scena con dignità. È doveroso però chiarire che ciò non può, non deve, essere una resa. Almirante parlava da uomo maturissimo, politicamente eterno, non certo al primo giro. È accettabile, dopo una vita come quella che aveva vissuta, dire: faccio un passo di lato. Non dimentichiamocelo, nella retorica dibattistiana, non celebriamo chi se ne va, si ritira, si arrende. Non è detto che sia il suo caso e si può comunque fare politica attiva anche senza essere parlamentari: mi auguro per lui che continui a farla.

 

Ancor più, però, auguriamoci che molti altri italiani, oggi forse scoraggiati o dormienti, inizino a farlo anch’essi. Per girare il mondo ci sarà tempo. I nostri figli cresciamoli pure, ma assumiamoci la responsabilità anche del mondo in cui li porteremo.