Battisti, finalmente, è in galera. Bene. La lunga fuga — 37 anni — è terminata in Bolivia. Un bel record per un semplice capofila di una delle tante frange armata dell’autonomia operaia del professor Toni Negri. Ma, domanda delle mille pistole, Cesarino è (era) solo un “militonto”, un criminale oppure un mitomane o è (era) qualcos’altro? Una vicenda apparentemente inspiegabile. O quasi. Cerchiamo di capire.

Punto uno. Il capo dei PAC nella sua lunghissima latitanza ha fatto un salto (o più salti) di qualità. Una vera carriera. Nei Settanta da misero rapinatore di provincia diventa leader di una delle più efficienti gemmazioni della galassia negriana; ammazza, uccide, manda altri assassini ad assassinare. Organizza morte. Per conto di chi?

Domande ancora inevase. Domande ancora senza risposte. Ma torniamo a ieri. Alla fine degli anni di piombo Battisti viene arrestato ma, caso strano, evade poco dopo da un supercarcere (non proprio un asilo…). Per la sinistra chic diventa il conte di Montecristo, Papillon e altre cazzate. Va bene. Subito scappa in Francia e lì rimane. Protetto dallo Stato. Da Mitterrand (socialista con molti scheletri) e da Chirac e Sarkozy (neo gollisti con molti segreti). Ufficialmente scrive libretti noir e campicchia con la banda della tartina sulla rive gauche. Indisturbato. Cin cin. Poi la confortevole fuga nel Brasile di Lula (oggi in galera ma allora presidente).

A questo punto altre domande. Gli Stati, tutti gli Stati sono “mostri freddi”, algidi e pragmatici. I servizi, poi, hanno una loro implacabile logica e bilanci stretti. Reclutano e attivano: in materia le “barbe finte” francesi — si leggano i libri dei giudici Priore e Nordio — sono perfette. Un terrorista sfigato in fuga non vale nulla. L’idiota lo rimandi a casa in manette e chiudi il dossier ma se il “rivoluzionario” di turno serve, se è utile, se è spendibile lo usi. E poi lo proteggi. Se poi una nazione alleata — senza troppa convinzione — chiede l’estradizione, improvvisamente monta l’indignazione dei “soliti” noti (la Carlà tra tutti/e) e lo fai scappare. Lontano ma non troppo.

Da Parigi c’è sempre un passaggio verso un Paese terzo, magari il Brasile (e il ricercato diventa una voce minore in qualche contratto importante: vedi i sommergibili atomici o le fabbriche della Renault). Saranno poi problemi di Lula e compagni. A loro volta gli ospiti lo useranno. “L’esule” costa poco ma ha fame e paura. Tanta paura e forse qualche contatto con le varie galassie ultrà. Cesarino può servire e informare. Ma poi arriva il giorno anche i carioca si stufano e lo scaricano — prima dell’arrivo di Bolsonaro — come merce avariata. Non vale più niente. Biglietto di ritorno ed ergastolo.

Punto due. Battisti non è Lenin, non è Guevara e non nemmeno James Bond, ma è solo uno sfigato di “successo”. Oltre che un omicida, è un cretino e (probabilmente) un confidente di tanti servizi. Il suo arrivo a Ciampino non meritava tanto casino mediatico. Capiamo Salvini e il suo collega pentastellato: in vista delle Europee ogni esposizione mediatica serve. Sono al governo. È il loro mestiere, ma abbiamo nostalgia di ministri in grisaglia e meno ciarlieri…

Altro discorso per la destra politica. La Meloni ha affidato alla signora Santachè e ai ragazzini di Gioventù nazionale il giubilo per il compimento di una operazione di polizia giudiziaria con qualche scena (poco sobria e molto goliardica) che tanti sui social (vedi l’ottimo commento di Marco De Rosa su FB) hanno giustamente stigmatizzato.

Avremmo preferito che nel giorno dell’atterraggio di Battisti qualcuno dei deputi di Fdi avesse nelle sedi adeguate chiesto ragione delle alte protezioni internazionali ricevute in un trentennio dal terrorista e ricordato (dato che sempre di Bolivia si trattava..) Pierluigi Pagliai. Un ragazzo milanese, orgogliosamente fascista, rapito, seviziato ed ucciso laggiù nel 1982 dai servizi segreti di questa democrazia senza qualità, senza giustizia. Senza verità.