«Siamo stati vinti, e questo non bisogna dimenticare; ma anche i vinti hanno una dignità da serbare, e anche i vinti hanno o trovano armi per difendersi specialmente nella molteplicità cozzante degli interessi del mondo; e operare per l’Italia e frenare anche il mal animo, la cupidità e la prepotenza inglese, si può, ma richiede uomini che abbiano occhio acuto e braccio fermo». Così, il 12 luglio 1944, scriveva sconsolato Benedetto Croce all’indomani delle sue dimissioni dal governo guidato dell’inetto Bonomi. Ma nel disastro epocale seguito al 25 luglio e all’8 settembre ‘43, uomini di tal fatta non c’erano; restava solo una folla di politicanti trasformisti, petulanti agitatori, avvocati “paglietta”, generali felloni. E un cocciuto sovrano, ormai delegittimato, sputtanato, impresentabile.

Era il “regno del Sud”, l’ultima sgangherata ridotta dello Stato sabaudo impiantata su un un fazzoletto d’Italia ristretto tra Brindisi — l’usbergo dei fuggitivi del “Baionetta” — e la Napoli amarissima e disperata narrata con rabbia da Malaparte e dolente pietas da Norman Lewis. Un panorama di rovine materiali e morali, sgombro d’ogni dignità e decenza, scenario perfetto per la “morte della Patria”. Il comandante Carlo Fecia di Cossato, uomo serio e autentico eroe di guerra, non resse a tanto schifo. Alla madre scrisse «siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da mesi non faccio che pensare ai miei marinai che sono in fondo al mare. Penso che il mio posto è con loro». Per Cossato la sola scelta onorevole fu un colpo di pistola alla tempia. 

Le guerre di Don Benedetto

In questa riedizione mandolinara de “l’Inferno” di Hieronymus Bosch, unico e solitario riferimento “alto” rimaneva Don Benedetto, il vecchio filosofo di Pescasseroli, il maestro del neoidealismo, il rivale di Gentile. Croce, il liberale antifascista. Croce, il “Papa laico”.  Croce, il patriota monarchico (senza illusioni) sempre pervicacemente anticomunista. Fu lui —unica, vera autorità morale, con buona pace della vulgata ancora dominante,  di quel tempo crudele, volgare e confuso — a tentare di ricomporre i lacerati brandelli dello Stato liberale post-unitario in una visione democratica e nazionale e immaginare un futuro alternativo al consociativismo catto-comunista che ha afflitto (e affligge) l’Italia. Un compito immane, impossibile ma certamente generoso quanto misconosciuto o negato. L’ennesimo “tradimento della memoria”.

Ora, con coraggio (e tante, tante carte d’archivio), Eugenio Di Rienzo ha voluto ripercorrere quell’ultimo passaggio politico del grande filosofo in un agile quanto denso lavoro significativamente intitolato “Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948”. Sin dalle prime pagine il docente romano — grande autorità negli studi storici e mente libera e anticonformista —  si è impegnato in un’accurato “smontaggio” delle varie leggende cucite negli anni dai chierici del “politicamente corretto” sul percorso crociano post-1943.  Ritroviamo perciò il direttore de “La Critica” impegnato a salvare l’istituto monarchico ma assolutamente indisponibile verso Vittorio Emanuele e il principe Umberto, ambedue ritenuti corresponsabili della disfatta. Alla dinastia Croce prospettava un duplice “salto” generazionale con il trasferimento della corona al piccolo principe di Piemonte sotto la reggenza di Marie José (magari proprio da lui coadiuvata…). Una prospettiva improponibile per i Savoia e il partito di corte ma probabilmente, allora, l’unica via praticabile per la salvezza del traballante trono. Il seguito è noto.

Al tempo stesso il filosofo-ministro comprese subito la portata delle ambizioni britanniche sull’Italia e il Mediterraneo.  Opponendosi a gran voce. Di Rienzo sfata così le bubbole su un Croce supinamente filo-albionico e disfattista al punto da riportare le sue dichiarazioni del 1940, all’indomani della battaglia di Punta Stilo. Ai suoi famigli e amici che ironizzavano sulle pecche della Regia Marina rispose seccato «non m’importa un bel niente del fascismo; sono italiano e desidero che gli italiani facciano fronte agli inglesi». Un’atteggiamento che manterrà anche di fronte ai britannici vincitori, improvvisamente immemori delle promesse di Radio Londra e molto bramosi d’imporre alla King’s Italy una punitiva, spietata  “pace cartaginese”. Dietro ai progetti di Churchill ed Eden, Don Benedetto intravide con lucidità la prosecuzione — ormai anacrostica, come i fatti di Grecia, Palestina e Egitto dimostrono nell’immediato dopoguerra — del bisecolare piano di un Mare clausum tutto inglese, uno scenario geopolitico in cui non vi era posto alcuno per un’Italia sovrana e autonoma. L’unica alternativa per sottrarsi ai ricatti armistiziali fissati a Malta rimanevano gli americani, ancora relativamente poco interessati al quadro mediterraneo ma già insofferenti dell’albagia tardo imperialistica dei “cugini d’oltre Oceano”.  Una carta che Croce, forte della sua notorietà, cercò di sfruttare con ripetute interviste (assai poco gradite a Londra…) alla stampa statunitense.

Croce contro il compagno “Ercoli”

Ma le amarezze più profonde arrivarono dai suoi antichi discepoli improvvisamente abbacinati dal “Loherngrin redivivo dalla Russia”. Ercole Ercoli, ovvero Palmiro Togliatti.  L’arrivo a Napoli nella primavera ’44 del proconsole di Stalin sconvolse tutti gli artificiosi equilibri del “regno del Sud”.  Fedele alla coordinate fissate a Mosca, il callido piemontese offrì una sponda inaspettata a Badoglio e i suoi mesti revants con la “svolta di Salerno”, un esercizio d’alta politica (va riconosciuto…) che proiettò subitamente il PCI nelle stanze del governo monarchico. Croce, una volta di più, capì l’ampiezza e la pericolosità della strategia togliattiana e (soprattutto) la sua matrice esogena: «Se i comunisti si mettono a collaborare col Badoglio e col Re, che faranno, allora, gli altri partiti, e particolarmente il democratico cristiano, che ha anch’esso le sue masse e non vorrà tenerle fuori dal governo, abbandonando il campo ai comunisti?… Ho dovuto osservare che gli inglesi e gli americani, che maneggiano gli affari politici in Napoli, sono molto tardi nel comprenderle. E neppure questa volta avevano compreso che ciò che a noi tutti è apparso evidente, e cioè che il tratto di ordinare, da Mosca, ai comunisti di collaborare era appunto contro di essi».

Come Di Rienzo ben documenta, Togliatti fu da subito conscio della totale ostilità dell’autore della “Storia d’Italia” — e del micidiale opuscolo “Per la storia del comunismo in quanto realtà politica”… — verso il suo partito e ogni ipotesi di “democrazia progressiva”; da qui la decisione di sferrare contro l’insigne studioso una pesantissima campagna denigratoria fatta d’illazioni, menzogne, accuse d’ogni sorta: latifondista, criptomussoliniano, reazionario, “maceria umana”. Nemico di classe, nemico politico, nemico del popolo. Una macchina del fango ben congegnata e perfettamente oliata anche grazie al contributo di una filiera di “utili idioti” (Romano, Gullo, Calogero e poi Omodeo, Carandini, Pannunzio, persino il genero Craveri) già crociani convinti e magicamente trasformatisi azionisti o filo-comunisti. Vicende e veleni che le tante prefiche del “compromesso storico” (da Bocca e Scalfari in poi) hanno giustificato o volutamente occultato per decenni…

Nell’autunno di quell’anno terribile un atrabile Don Benedetto, sempre più sempre più preoccupato dall’invasività comunista, si decise a collaborare con i democristiani e i loro referenti vaticani (Montini in primis). Un passo indubbiamente difficile per il “Papa laico” ma infine necessario poichè prodromico all’affondamento del gabinetto Parri e all’archiviazione definitiva dei governi “resistenziali”. Si aprì così una nuova fase della politica post-bellica in cui cattolici e liberali, pur tra molte diffidenze, iniziarono a cooperare mentre tra De Gasperi e Croce si solidificava un rapporto amicale e, pur nel rispetto delle rispettive culture, persino affettuoso. Le posizioni rimasero infatti differenti, a volte divergenti e non mancarono diatribe e forti distinguo come nel caso delle relazioni Stato-Chiesa o a proposito dei rapporti con il PCI (dialettici per i DC, di contrapposizione per Croce) e sulle linee di politica internazionale. Un punto, quest’ultimo, assolutamente centrale per il senatore napoletano. A differenza dell’amico trentino, il nipote di Silvio Spaventa si oppose fieramente al famigerato Diktat, il trattato di pace imposto a Parigi il 10 febbraio 1947, non si rassegnò alla perdita dell’Istria e Fiume e, pur accettandola in chiave antisovietica, poco si entusiasmò per l’adesione della neonata Repubblica al Patto atlantico e ancor meno per le emergenti retoriche europeiste.

Non si trattava di fumisterie tardo-patriottiche di un malmostoso nostalgico — ed Eugenio Di Rienzo lo sottolinea con efficacia — ma bensì un’atto di preveggenza e di speranza verso quella “povera Patria” che malgrado tutto e tutti «non si rassegnava a morire». Sul tavolo di lavoro dell’anziano filosofo presero forma le prime intuizioni per un nuovo, moderno patriottismo scevro, da stolidi sciovinismi ma attento all’interesse e alla dignità nazionale e avverso ad ogni limitazione alla sovranità del Paese. Idee che pochi anni dopo sorressero l’entusiasmante stagione del “neoatlantismo” di Mattei, Gronchi e Fanfani, caratterizzando un progetto ambizioso, sebbene talvolta contradditorio, che riportò per qualche lustro l’Italia — un’altra volta ancora grande media potenza — nel nuovo “grande gioco” mediterraneo e internazionale. Dagli “anni dello scontento” di Don Benedetto ecco allora un’ultima lezione — da studiare, comprendere e riprendere — destinata a tutti coloro che, ieri come oggi, non accettano di condividere il triste e tristo destino prefigurato dal buon Hegel per quelli “Stati per i quali libertà è morta del timore di morire».

Eugenio Di Rienzo

BENETTO CROCE

Gli anni dello scontento

Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2019

Ppgg. 178, euro 14,00