Alla messa organizzata per domani al centro sportivo di Kyaikansan a Rangoon l’aspettano in 150mila. Non hanno mai visto il Papa. E mai si sarebbero aspettati di vederlo da quelle parti.

Ma prima di farli arrivare allo stadio, qualcuno dovrebbe spiegar loro che Papa Francesco non è lì per i Cristiani di Myanmar, l’antica Birmania. Loro, i cristiani birmani, sono più di tre milioni e rappresentano la più importante minoranza religiosa in un paese largamente buddhista. Eppure nessuno ne parla. Neppure un Papa Francesco chiamato a testimoniare le sofferenze del suo gregge. Sofferenze non da poco visto che i cristiani, appartenenti in gran parte ai gruppi etnici Karen, Kachin e Chin sono stati perseguitati per oltre 50 anni, prima dalla spietata dittatura di Ne Win e, poi, dalla giunta militare ancora oggi al potere. Oltre mezzo secolo di discriminazioni e vessazioni durante il quale l’esercito ha sistematicamente bruciato i villaggi Karen e Kachin, massacrato i loro abitanti e costretto decine di migliaia di sfollati a cercar rifugio nei campi profughi in Thailandia. Soprusi e vessazioni assolutamente identiche a quelle subite dagli 800mila musulmani Rohingya costretti lo scorso agosto a fuggire in Bangladesh dopo una serie di attacchi dell’esercito. Soprusi e vessazioni, quelle subite dai cristiani, continuate anche dopo l’apparente svolta pluralista.

 

Ancora oggi Karen e Kachin continuano a vedere le loro chiese espropriate per far posto ai templi buddhisti. Ma le sofferenze dei cristiani evidentemente contano poco. Da ieri il vero assillo della grande stampa internazionale è se Papa Francesco pronuncerà la parola Rohingya. Se invece di curarsi delle anime cristiane si preoccuperà di questa minoranza musulmana certamente discriminata, ma considerata anche il nuovo terreno di cultura dell’islam jihadista. Una minoranza infiltrata, negli ultimi anni, dalle stesse organizzazioni terroristiche originarie del Bangladesh che nel luglio del 2016 attaccarono un ristorante di Dacca, presero in ostaggio nove italiani e li sgozzarono senza pietà con altri undici innocenti.

Per i Rohingya, di pietà invece ce n’è in abbondanza. Così tanta da trasformarli nell’argomento principale del viaggio di Papa Francesco. E non è un caso. È stato lo stesso Francesco, lo scorso febbraio a visita già programmata, a ricordare «coloro che vengono cacciati da Myanmar». Oggi capiremo se riproverà a farlo. Il primo a sconsigliarlo è stato il cardinale birmano Charles Maung Bo. «Ho avvertito il Papa. Gli ho detto che il governo, i militari e la gente in generale, soprattutto gli appartenenti alla polizia, non gradiscono questo termine. Se usi questa parola – spiega il cardinale in un’intervista – vuol dire che sposi completamente la loro causa». Per ora la raccomandazione sembra funzionare. Nell’incontro di ieri con il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito e altri cinque generali della giunta militare, la parola tabù non è stata pronunciata. «Nel colloquio di oggi ha spiegato il portavoce della Santa Sede, Greg Burke – si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione».

Ma la prova del fuoco è attesa per oggi quando il Papa incontrerà il ministro agli Esteri e consigliere di Stato Aung San Suu Kyi. Considerata un simbolo della lotta per la democrazia, dopo i quindici anni passati agli arresti domiciliari sotto la giunta militare, la signora premio Nobel della pace è stata trasformata in una sorta di reietta da quando s’ è rifiutata d’appoggiare la causa dei musulmani Rohingya.

E proprio a lei il Papa potrebbe, oggi, riservare l’imbarazzo di un colloquio rivolto a perorare la causa degli sfollati musulmani. Sfollati destinati in base a un accordo siglato tra Dakka e Yangoon a tornare tra breve nei loro villaggi in territorio birmano.