Ammettiamo pure che lo sgarbo ci sia stato. Che Berlusconi non fosse stato informato della proposta di Marcello Foa quale presidente della Rai da parte leghista e grillina. La reazione è stata proporzionata all’offesa? Si dirà: ma non è solo un fatto personale, nel particolare galateo della politica esso diventa un problema politico. Silvio Berlusconi non è solo il cittadino Silvio Berlusconi, quello che è fatto a lui è fatto al suo partito.
Questo è indubbiamente un argomento che ha il suo peso. Ammettiamo dunque che Berlusconi sia stato messo davvero di fronte al fatto compiuto, che di conseguenza vi sia stato affronto e che l’affronto si traduca in un caso politico, vale a dire in una manifestazione di disprezzo per le regole dell’alleanza. Bene. Anzi male: tutto questo vale le conseguenze che sta avendo e che potrebbe avere? Vale cioè la probabile fine di una storia, la fine di un partito che aveva la propria ragion d’essere nel formare un argine verso personaggi che erano avversari ed ora sono diventati alleati?

Un altro piccolo 8 settembre, per fortuna senza processi veronesi, si profila nella storia patria. Quale credibilità potrà avere Forza Italia, o la nuova creatura che da essa starebbe per rampollare, nel momento in cui il suo capo o altri maggiorenti – oggi tutti prontissimi a schierarsi col nuovo corso – dovessero dire “qualcosa di destra”? Ma poi, considerato che il territorio della destra-destra è oggi saldamente presidiato dalla Lega e che appena sulla sinistra c’è il PD, quale spazio politico potrebbe aprirsi l’uomo di Arcore qualora abbandonasse quello che gli è proprio, cioè quello di un partito moderato costruito sulla propria vicenda di imprenditore “sceso in campo”?

Sulla base di tutte queste considerazioni, ci si può chiedere se non era meglio ingoiare il rospo e giocare il ruolo del nonno saggio, quello che bonariamente rimbrotta il troppo vispo nipotino (naturalmente si allude a Salvini) e lo mette in guardia dalle cattive compagnie (Di Maio). Ma qui torna in campo l’indole dell’uomo, aliena da ruoli meramente decorativi o anche poco più che tali.

E viene a mente la vicenda di Indro Montanelli, che per un dissidio insieme politico e personale con il proprietario del quotidiano di cui era direttore finì per sconfessare tutto quello che era stato fino a quel momento, diventando alleato o almeno cobelligerante di quei comunisti fino ad allora suoi avversari (celebre la risposta a chi gli chiedeva perché tenesse sulla scrivania il busto di Stalin: “nessuno ha ucciso più comunisti di lui”). Il proprietario di giornale si chiamava Silvio Berlusconi. Si spera che si rammenti di quella lontana vicenda e che – lui che i comunisti li ha conosciuti meglio di tutti e combattuti spesso con rara efficacia – non voglia fare la stessa fine ingloriosa del grande giornalista.