Torniamo ad Hammamet. Vent’anni dopo. E non si capisce per scoprire che cosa non si sia già scoperto. Intorno all’umile tomba di Bettino Craxi che guarda il Mediterraneo e l’Italia si affolleranno, anche quest’anno, tutti gli interrogativi che ci hanno accompagnato dagli anni della caduta e poi dell’esilio volontario fino a quelli dopo la morte. Forse varrebbe la pena chiudere qui la vicenda storica e lasciare la commemorazione ai famigliari, a coloro che gli sono stati intimi, a quanti hanno vissuto con lui la cavalcata trionfale in sella a quel 9,6% che raccolse alle elezioni dopo essere diventato segretario del Psi, ma che seppe far valere molto più di quanti con cifre roboanti si sono accucciati poi nella caverna dell’irrilevanza e del loro fatuo passaggio politico offrendo uno spettacolo buono per il dileggio, lo sberleffo e la condanna senza appello.

Ad Hammamet si spera che si celebri quest’anno l’ultimo atto di quella “guerra civile” combattuta per due decenni intorno al fantasma – paradossalmente sempre vitale – di Craxi che non fa onore all’Italia e condanna coloro che vollero morisse in terra straniera, per quanto amata, perché non era alla loro altezza: consapevoli, ormai tutti o quasi, che è stato l’ultimo grande statista della seconda metà del Novecento e come tale in grado di suscitare “entusiasmi e risentimenti di portata emozionale da travalicare il dato della politica”, come scrive Andrea Spiri nel suo puntuale “promemoria” L’ultimo Craxi. Diari da Hammamet (Baldini+Castoldi, pp. 125, € 16).

UN REPORTAGE DELLA MEMORIA

spiri

In questo libro, che è poi una sorta di reportage della memoria, lo studioso racconta l’esilio doloroso dell’uomo politico cui venne negato dalla classe politica che aveva accusato senza mezzi termini di illecito finanziamento ai partiti il diritto di potersi curare da uomo libero in Italia. Ascoltava il canto del muezzin, rispondeva al saluto dei pescatori, spingeva lo sguardo verso le coste italiane che s’illudeva di scorgere, inondava le redazioni di note, appunti, documenti, memorie che nessuno prendeva in considerazione ed in una solitudine assoluta, rotta dalla vicinanza dei famigliari e di qualche amico che gli faceva visita, scriveva uno dei capitoli più alti e dolorosi della politica italiana sul finire del Ventesimo secolo.
Lo scavo nei suoi pensieri, a cui Spiri – sine ira et studio – si è dedicato come un entomologo, ci riporta un frammento di storia italiana intessuto di forza morale che tuttavia non si rassegna ad un destino scritto da altri per lui, additato ingiustamente come capro espiatorio della Grande Corruzione. Vittima del giacobinismo italico, ben più straccione di quello della Rivoluzione dell’89, Craxi reagiva come poteva, documenta Spiri, ma non si sottraeva, inventandosi false speranze, ad un destino che vedeva aggravarsi giorno dopo giorno con la stessa chiarezza con la quale il sole illumina Hammamet a mezzogiorno: “Non ho più nessun grande progetto, nelle condizioni in cui mi trovo sarebbe una velleità vera e propria. Quando penso al futuro, penso innanzitutto alla morte. Lo faccio con serenità”.
È questa “serenità” che oggi ci interpella e forse ci sconvolge. Un uomo braccato per darlo in pasto alle plebi assetate d’ingiustizia o di giustizia sommaria (che poi è lo stesso) può dirsi “sereno”? Forse sì, se come Craxi ha maturato la consapevolezza dell’impossibilità di trovare una via d’uscita. Quella via che forse non vide più già nel 1996, mentre gli ultimi socialisti si scannavano tra di loro e tentavano di scrollarselo di dosso – soprattutto quelli che erano stati i suoi pretoriani politici – mentre era ricoverato nella clinica Taoufik di Tunisi dove l’operarono al piede, scarnificandogli una gamba, per cercare di tenere a bada il diabete. Neppure allora, e così per i quattro anni successivi, il suo dolore diventa il suo diario. Il diario di Hammamet.

Comunque la si pensi, quale che sia stato il giudizio sull’uomo politico, sul governante, sullo statista, sul difensore dei diritti dei popoli, sul nazionalista – sì, proprio così – per quanti distinguo si possano fare intorno al suo “socialismo tricolore”, bisogna ammettere che Craxi ha interpretato la sua missione politica come una missione nella quale le ragioni del socialismo si coniugavano – o dovevano coniugarsi – con quelle della nazione.

Dai molti appunti che Spiri riporta nel suo documentatissimo “dossier”, si ricava dalla passione italiana di Craxi la ragione per la quale egli ha amato la politica forse più di se stesso. E si è assunto la responsabilità davanti al Paese e in nome e per conto di tutti di quanto veniva imputato ai partiti. Il famoso discorso alla Camera pronunciato in uno stato di coma pietoso da parte dei colleghi che lo ascoltavano, resta un documento di assoluto rilievo morale e politico.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Martelli

Dei finanziamenti illeciti – e al riguardo bisognerebbe rileggere Schumpeter quando parla del politico come imprenditore poiché senza sostanze in democrazia non si può competere – e della parte di essi che affluiva al Psi, Craxi era naturalmente conscio, lo sapeva, lo rivendicava, non si nascondeva dietro il velo dell’ipocrisia. “La differenza è che Craxi le sue responsabilità materiali e morali se le è assunte senza ipocrisie e senza infingimenti, gli altri capi invece no. Ciò significa anche che Craxi – cui da un certo momento in poi non mancavano risultare anche ingenti – non ha mai perso l’anima per arricchire se stesso. Il denaro per lui è sempre rimasto un mezzo per fare politica, per incrementare tutte le attività di partito, le possibilità e le iniziative della sua politica interna e internazionale”, ricorda Claudio Martelli nella sua inappuntabile ricostruzione della storia di un leader, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande coalizione (La nave di Teseo, pp. 223, € 18). 

Il collaboratore più stretto del segretario del partito e sodale di lungo corso, vicinissimo alla famiglia, e poi perdutosi nelle nebbie del post-craxismo, offre una chiave di lettura assai convincente nella sostanza, del perché l’accanimento contro il leader socialista sia ad un certo punto diventato odio purissimo distillato da giornali, politici e poteri vari (più o meno forti). Era “antipatico”, dice Martelli. E documenta l’assunto per concludere, più o meno ironicamente: “Poiché era alto e robusto, imponente e ingombrante; poiché non curava il suo aspetto fisico, l’abbigliamento e l’etichetta; poiché aveva modi diretti e bruschi e detestava la falsità, l’ipocrisia, la boria degli intellettuali; poiché era affascinato dalla bellezza, ma bello non era; perché disprezzava il lusso che tanti bramano; perché nella familiarità gli piaceva prendere il cibo con le dita come aveva imparato dagli arabi; perché comiziando sudava e in trasparenza si vedeva la canottiera; perché a tavola si tergeva la fronte col tovagliolo e si rifocillava di corsa ingurgitando i bocconi…”. Ma la sua estetica antipatia non è il dato che lo ha reso inviso alle moltitudini telecomandate. Era antipatico perché quel che diceva e pensava e sentiva e amava non lo lasciava decantare su qualche davanzale del progressismo sul quale si celebravano i fasti di una borghesia ingorda e bugiarda, per nulla interessata al Paese reale, ma dedita a tutelare i centri affaristici. E quell’antipatia “costruita” dai grandi editorialisti e dagli imprenditori che flirtavano con la Dc, il Pci, spezzoni di pentapartiti e poteri fuori controllo venne rilanciata nel Paese fin dal quando nel 1976 assunse la segreteria, al culmine della stagione più orrenda politicamente, della vita del Psi nel dopoguerra. Insomma, era antipatico perché nel tempo del crollo delle ideologie rivendicava il primato della politica, mentre quasi tutti gli altri partiti erano sottomessi alle logiche della finanza e della pervasività mass-mediale.
E poi perfino il nazionalismo a cui abbiamo accennato, non poteva farlo amare da chi venerava il capitale un po’ vergognandosene pubblicamente, molto incensandolo nei circoli che contavano. Se asseriva: “Io sono nazionalista”, aggiungeva anche “Come Mazzini, come Garibaldi”. E cresceva in lui – scrive Martelli – “ l’insofferenza politica per la doppia subalternità italiana: quella dei governi al superpotente alleato americano e quella dell’opposizione comuni- sta all’egemonismo sovietico”.

Il SOCIALISMO TRICOLORE

Insomma, “il socialismo tricolore di Craxi non esprimeva solo la volontà di superare la storica frattura tra socialismo e nazione. Era – è – una forma di nazionalismo originale e temperato che vede nelle nazioni e negli Stati nazionali le fondamenta dell’ordine internazionale moderno. Quest’ordine deve essere organizzato nella pace e nella solidarietà, perseguito col metodo del negoziato e il primato della politica che possono scongiurare o arginare il ricorso alla forza. La pace e la solidarietà rigettano la guerra, ma non possono escludere la lotta armata quando una nazione è minacciata nella sua indipendenza”.

Fedele a questa tendenza, nell’ottobre del 1985, a Sigonella sfidò gli Stati Uniti ordinando ai carabinieri di circondare gli uomini della Delta Force che volevano catturare e portare in America i terroristi sequestratori dell’Achille Lauro. Secondo Martelli “non fu una provocazione: fu un gesto sovrano – regale – per affermare la sovranità italiana in terra italiana, un gesto inconcepibile per tutti i predecessori e successori di Craxi a Palazzo Chigi. L’impatto simbolico fu enorme e la scossa politica così forte da destabilizzare lo stesso governo. Quando il caso giunse in Parlamento tutti si aspettavano che Craxi, per superare la crisi, moderasse, smussasse, sopisse toni, spigoli e argomenti, invece fece un discorso che non lasciò scampo: o l’applaudivi o l’attaccavi. Rivendicò per intero la linea di condotta seguita per liberare la nave e i novecento uomini e donne sequestrati dal commando palestinese, rivendicò la trattativa con Mubarak e l’atto di supremazia compiuto a Sigonella. Poi, pur sapendo di gettare un fiammifero nel pagliaio e di far rizzare molti capelli e tutte le parrucche, difese Arafat e la causa palestinese osando paragonare la lotta di liberazione della Palestina al Risorgimento italiano”.

Le parole che usò furono forti ed inequivocabili. Oggi le rileggiamo con nostalgia in tempi di sovranismo confuso e all’acqua di rose. Disse Craxi: “Io contesto all’Olp la lotta armata e il terrorismo non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché faranno solo vittime innocenti, ma non risolveranno il problema palestinese”.
Le proteste dei deputati repubblicani e missini (che persero una buona occasione per una valutazione più ponderata delle parole di Craxi) furono assai vivaci. E noi rileggiamo quel discorso con la consapevolezza che se il presidente del Consiglio avesse avuto una maggioranza trasversale per imporre il suo punto di vista, probabilmente le cose sarebbero andate in un’altra maniera. Craxi ricordò che “quando Giuseppe Mazzini nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava assassini politici. Questa è la verità della storia e contestarla significa negare ciò che non è contestato dalla Carta dei Principi dell’Onu: che un movimento nazionale che difende una causa nazionale possa ricorrere alla lotta armata.”

Ricorda Martelli che sei mesi dopo assunse una decisione forse più coraggiosa se possibile: “Il presidente Reagan aveva deciso di scatenare un bombardamento sulla Libia che mirava dichiaratamente a eliminare Muhammar Gheddafi. I leader socialisti europei Mitterrand, González, Craxi, concertandosi tra di loro in assenza di una disclosure da parte americana degli scopi e dei limiti dell’operazione, rifiutarono di concedere le loro basi per il decollo dei cacciabombardieri Usa. Questi partirono ugualmente, ma da basi ben più lontane, ubicate nel Regno Unito, circostanza che costrinse i ventiquattro aerei a rifornirsi in volo.Pochi istanti prima che le bombe cominciassero a cadere sul complesso residenziale di Bāb al-Azīzīyya, messo in allarme da una telefonata, Gheddafi con la sua famiglia abbandonò precipitosamente la dimora. Tra le ottanta vittime del raid i libici mostrarono il cadavere di una bimba di sei anni, Hana, da poco adottata dal leader libico. Più di vent’anni dopo, nel 2008, il ministro degli Esteri libico Abdel Rahman Shalgam, all’epoca del bombardamento ambasciatore a Roma, rivelò che ad avvertire Gheddafi della minaccia incombente sarebbe stato Bettino Craxi”.

Questo significava praticare una politica estera, secondo una visione non subalterna, ma da veri alleati. E di esempi, al riguardo, se ne potrebbero fornire molti. Dalla chiamata in causa di Henry Kissinger nel golpe cileno di Pinochet al dissenso con la Thatcher per la guerra Falkland/Malvinas, all’opposizione dell’installazione degli SS20 da parte dell’Unione sovietica che “non costituivano soltanto una pesante minaccia atomica puntata contro l’Europa Occidentale e quindi anche contro l’Italia. Erano parte di una strategia di influenza e condizionamento dei governi occidentali cui si promettevano particolari riguardi ove si fossero dissociati dal riarmo Nato voluto dagli Usa. Al tempo si parlava di finlandizzazione dell’Europa per definire il processo politico che nelle intenzioni del Cremlino avrebbe dovuto spingere i governi europei a una scelta neutralista”. Sarebbe stata una follia.

Martelli non dimentica che Craxi era amico dei Paesi arabi più moderati, dei palestinesi e di Arafat, ma anche di Israele e dei suoi leader laburisti, a cominciare da Shimon Peres e Yitzhak Rabin, e ne difese sempre le ragioni e il diritto a vivere in pace entro confini sicuri.

LA GRANDE RIFORMA

Possiamo dire che il diritto dei popoli è stato prioritario per Craxi, mentre la stragrande maggioranza dei politici si riempiva la bocca di “diritti umani” usati spesso come alibi per compiere le peggiori e più ingiustificate nefandezze.

Nel libro di Martelli, forse il primo, a parte i saggi di Tamburrano, così ricco di particolari politici nel delineare l’ascesa e la caduta di Craxi, c’è spazio per numerose e dimenticate annotazioni che riportano maggiormente in vita il leader socialista. A cominciare dalla sua ostilità per la caduta del Muro di Berlino nel quale vide la disgregazione di un ordine e temette le conseguenze, un po’ come Andreotti. Vedeva con preoccupazione il riformismo abborracciato di Gorbaciov sostenendo che esso se non è accompagnato da un gradualismo può eccitare le masse, ma alla lunga è destinato a perdere. Insomma, nutriva una visione della politica internazionale improntata ad un sano realismo quello stesso realismo che applicò, abbandonandolo tuttavia di punto in bianco, nell’elaborazione il progetto di Grande Riforma al cui centro vi era l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, un decisore democratico al vertice dello Stato. Nonostante la sua convinzione, comunque, Craxi si volse ad altro, come l’abolizione del vuoto segreto in Parlamento, e non ingaggiò mai una vera e propria battaglia per porre all’ordine del giorno la Grande Riforma sulla quale anche la Destra avrebbe fatto convergere il suo interesse che, storicamente, era primario rispetto a quello socialista. Un’occasione perduta.
Non perse però l’occasione, ricorda il racconto di Martelli, per criticare prima che altri se ne accorgessero la costruzione dell’Unione europea che oggi lo riporta di attualità. Raconta l’ex-ministro Guardasigilli: “Rinegoziare Maastricht, sia che governino Amato e Ciampi o Dini, sia Prodi e D’Alema, è il suo invito ripetuto, insistente, a tratti angosciato. La giudica una vera e propria emergenza e ne fa un mantra affinché i responsabili non nascondano la testa nella sabbia ma assumano un’iniziativa negoziale coerente e determinata. All’origine di questo atteggiamento c’è senza dubbio una preoccupazione apparentemente di tipo sovranista. Il sovranismo è una categoria politica che nasce in Francia e appartiene alla tradizione gollista. Quella tradizione voleva un’ideale Europa delle patrie e non l’Europa reale dei ‘tecnocrati apatridi’ sbeffeggiata da De Gaulle. Il sovranismo è una variante moderna del nazionalismo, che anziché contro le altre nazioni, rivolge la propria contestazione ai poteri sovranazionali incorporati nei trattati e nelle istituzioni europee”.

RINEGOZIARE MAASTRICHT

Perciò, secondo Craxi, per come ricorda Martelli “nell’interesse della nazione, il governo deve rinegoziare Maastricht per ottenere non qualche sconto sui parametri, ma anche che le misure per la crescita economica e per il progresso sociale abbiano la stessa priorità di quelle per il mercato, la concorrenza, la competitività. Craxi è preoccupato perché vede prevalere in Europa una strategia mercatista che piace ai gruppi egemoni e agli strati sociali più garantiti, ma che può dispiacere e fare molto male a chi vive modestamente del proprio lavoro”.

Appunti di una storia. La storia con un finale che non è stato scritto. Ma è sepolto ad Hammamet. Tra i ricordi di una terra ospitale e gentile dove Bettino Craxi venne “sepolto nel piccolo cimitero cristiano”, ai piedi della Medina… Una cravatta rossa, un garofano appoggiato sul petto, il Rosario donatogli dal papa fra le mani”, scrive Spiri. E la storia finisce. Quella dell’uomo, naturalmente.

“La storia di Craxi – osserva Martelli – non è solo la storia di un leader politico e di un uomo di Stato. È la storia di un’idea, di una tradizione politica che comincia assai prima ma che con lui si rinnova e si amplia, superando gli antichi confini, esplorando nuovi orizzonti”. E non può fare a meno di concludere che “per tutta la sua vita è stato un patriota – un socialista tricolore, cioè un nazionalista democratico – e un combattente per i diritti dei popoli e per i diritti dell’uomo e della donna”.
Vent’anni dopo, ritrovandolo nel piccolo cimitero di Hammamet, abbiamo l’impressione che la partita finale l’abbia vinta lui, Bettino Craxi.