Ritorna sui banchi di scuola uno dei saperi più antichi dell’umanità. Da quest’anno, la geografia «generale ed economica», sarà di nuovo materia di studio negli istituti tecnici e professionali. Un’ora a settimana nella prima o nella seconda classe del biennio, lo decideranno le singole scuole in autonomia. «È poco, ovviamente. Ci vorranno fondi, impegno e tanto lavoro affinché la scuola torni a tramandare gli efficaci modelli di comprensione del mondo che la geografia propone. Ma noi accademici viviamo questa come una prima vittoria, un passo avanti verso la riconquista di un sapere», dice Franco Farinelli, docente di Geografia all’università di Bologna e presidente dell’Associazione dei geografi italiani.

Era stata la riforma Gelmini a strappare via la geografia dall’offerta formativa «sia dei licei che dei tecnici, con paradossi evidenti che hanno fatto uscire lo studio delle mappe anche dai nautici» dice Farinelli. La decisione di reintrodurre la materia (esclusi i licei, per motivi di budget) era stata presa dal ministro Carrozza, e ora la Giannini ha firmato un decreto che definisce le Linee guida «per le competenze, conoscenze e abilità della disciplina. I professori – degli indirizzi del settore Tecnologico degli istituti tecnici e dei settori Servizi e Industria e Artigianato degli istituti professionali – insegneranno alcune nozioni di base (formazione ed evoluzione dei paesaggi naturali e antropici, globalizzazione economica, aspetti demografici, risorse e sviluppo sostenibile, patrimonio territoriale ecc.) mettendo in grado lo studente di interpretare carte, grafici, tabelle, di analizzare un territorio utilizzando metodi, strumenti e concetti della geografia e anche i processi di cambiamento del mondo contemporaneo.

Le linee guida del ministero sono state lette attentamente dai geografi che hanno riscontrato luci e ombre. «Dobbiamo ammettere con piacere che, lette sulla carta, le competenze di base che gli alunni acquisiranno sono decisamente complesse e pertinenti ai nostri tempi. È scomparsa la vecchia a distinzione tra vicino e lontano, come se la distanza fosse oggi decisiva – spiega ancora Farinelli -. Si parla invece di sistematicità e complessità: la comprensione del cambiamento attraverso il confronto diacronico fra epoche e sincronico fra aree geografiche». La crisi della scuola pubblica, aggiunge Farinelli, «ha spazzato via troppo presto i libri di geografia. Ma in altri paesi non è così, dall’Inghilterra alla Francia e fino all’Europa dell’Est. Nel Regno Unito, la geografia è la scienza sociale più importa. Deciso il ritorno in classe, il problema principale è ora stabilire chi insegnerà la materia. «Noi speriamo che siano docenti con specifica preparazione, ma in Italia siamo una piccola comunità: 350 tra ricercatori e ordinari e sono pochi coraggiosi i laureati in Geografia (corso di studi, peraltro, attivato in un pugno di università) – dice Farinelli -. Nelle linee guida del ministero non si fa alcun riferimento alle classi di concorso dei docenti, alla loro specializzazione. Questo silenzio ci preoccupa molto. Aprire le porte in maniera sconsiderata vorrebbe dire vanificare tutto il nostro sforzo. Un insegnante poco preparato, “parcheggiato”, danneggia non solo i suoi studenti».

 L’importanza della geografia

Per riportare la geografia a scuola (tutta, anche nei licei) , infatti, si sono mobilitati in tanti. «È una esigenza collettiva, una battaglia comune che stiamo portando avanti a tutti i livelli, dalle medie alle università – afferma Farinelli -L’associazione geografi italiani ha appena organizzato le Giornate della geografia a Udine, e la prossima estate realizzerà una scuola estiva per delineare il sillabus del geografo». La guerra, insomma, continua. «Perchè la geografia non è sapere dove si trova una nazione o la distanza da un paese all’altro, per quello basta un atlante. Geografia è connettere le cose, valori e qualità. È nata ancor prima della filosofia: i pensatori presocratici, come Anassimene e Anassimandro, erano in realtà geografi perché tentavano di mettere a punto i primi modelli con cui analizzare il mondo intorno a loro. Ed è triste vedere come con quale disprezzo e sottovalutazione si guardi a questa materia».

Il falso mito dell’era tecnologica è farci credere che gli strumenti sostituiscano il pensiero e le abilità. Un gps, una mappa interattiva, immagini georeferenziate: questa è la nostra idea distorta della geografia. Se basta un’App intuitiva, che bisogno c’è allora di studiare? «Tutta la modernità ha voluto organizzare la Terra in stati, dividendo il pianeta con la geometria euclidea: ecco le mappe, il planisfero a due dimensioni – spiega Farinelli – Per la prima volta nella storia, però, l’economia funziona all’unisono: questo è il problema della globalizzazione. Ora i geografi devono ricominciare a considerare la Terra come una sfera. E quindi ci sarà bisogno di nuovi modelli complessi per comprendere i cambiamenti mondiali. È chiaro a tutti, ma se non lo è ribadiamolo, che una storia senza geografia non esiste».

 

Carlotta Deleo, Corriere della Sera, 25 settembre 2014