Nella XIV legislatura ( 2001-2006 ) sono stato componente della commissione d’inchiesta parlamentare Mitrokhin, esattamente fui nominato in sostituzione del collega on. Roberto Menia nel 2004, quando, durante ricerche di alcuni consulenti della medesima commissione incominciarono ad arrivare alcuni documenti importantissimi inerenti alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Il collega Menia, sapendo il mio interesse personale per la ricerca della verità su quell’attentato fatto nella mia città e a cui sono scampato per pochi minuti, mi cedette il suo posto.
Nel mandato successivo mi recai presso gli archivi del senato in quanto li erano stati depositati tutti i documenti della commissione speciale, questo perché’ il presidente era stato un senatore e quindi il senato aveva la responsabilità del deposito dei documenti. Chiesi copia di alcuni di loro in quanto avevo avuto l’dea di scrivere un libro su questo tema alla luce delle informazioni e dei documenti che avevo visionato in Commisione Mitrokhin.
Mi fu risposto che era impossibile, poiché al termine della commissione, il senato aveva votato la secretazione di tutti i documenti della stessa per cui neanch’io, che ne ero stato un componente, potevo averli. Con molta calma feci presente a loro che io li avevo già tutti fotocopiati e che la mia richiesta veniva fatta solo per rispetto delle regole e delle procedure, ma li avrei comunque pubblicati a supporto di quanto avrei scritto nel mio libro. Sapevo di compiere un reato, e lo stesso personale del senato mi avvisò del pericolo che stavo rischiando facendo ciò, ma ritenevo non concepibile che il parlamento italiano avesse fatto una commissione d’inchiesta per scoprire alcuni aspetti oscuri della storia del nostro Paese e poi secretasse tutte le importantissime informazioni storico e giudiziarie che avevamo scoperto e così decisi di compiere un atto di disobbedienza civile e rendere pubblici quegli atti assumendomene le responsabilità.
Nel 2012 fu pubblicato il mio libro “ Bomba o non bomba alla ricerca ossessiva della verità “ ed Minerva e in allegato al libro vi era un cd con la copia di oltre 1.000 pagine di documenti secretati della Commissione Mitrokhin concernenti la strage di Bologna.
Non mi fecero nulla, ovviamente, perché, come mi disse un alto livello dei nostri servizi segreti, nessuno aveva intenzione di farmi pubblicità gratuita al mio libro, con il rischio per altro, di andare davanti ad un tribunale a discutere proprio di quei documenti.

LA PISTA CANCELLATA

Vediamo in cosa consistevano quei documenti e quale sia stato il loro valore ai fini di capire la così detta pista palestinese e l’operatività del gruppo Carlos quel giorno a Bologna.
Il primo documento, il più importante, quello da cui tutto è partito era la lettera che nel 2001 il capo della polizia italiana di allora, Gianni De Gennaro, scriveva alla magistratura bolognese e alle autorità di polizia riportando una missiva dei colleghi tedeschi in cui si dichiarava che dà loro fonti risultava in quel periodo essere presente in Italia Thomas Kram, il terrorista tedesco presente a Bologna il 2 agosto 1980 e, secondo le autorita’ di polizia tedesca, lo scrivono nel documento inviato alle nostre autorità di polizia, probabilmente collegato alla strage del 2 agosto. Da notare che fino al giorno della strage di Bologna, Thomas Kram era un cittadino libero e si muoveva liberamente con propri documenti ufficiali, dal giorno della strage entro’ in clandestinità e quattro anni dopo fu spiccato nei suoi confronti il primo mandato di cattura dalla autorità tedesche, rimase latitante fino al 2005 quando, ormai stanco di fuggire si consegnò alla giustizia del suo paese, trattando con lo stato la sua resa.
Questo documento fu trovato in un fascicolo sepolto negli archivi della questura di Bologna con altri documenti relativi al terrorista tedesco, tra cui quello dell’hotel Centrale di Bologna in cui si accertava Kram alloggiò la notte tra l’uno e il due agosto 1980 in quella struttura, alcune note sulla storia terroristica di Kram, tutti i documenti delle nostre autorità di polizia che, avvisati dai colleghi tedeschi, lo seguirono il primo di agosto 1980 quando entrò nel nostro Paese da Chiasso in treno e soprattutto gli atti attraverso i quali la Procura di Bologna nel 2001 aveva cercato di coprire questa rilevante notizia.
Infatti il Pm Giovagnoli, incaricato allora di seguire la vicenda, invece di aprire un’ indagine, alla luce dell’importante segnalazione del Capo della nostra Polizia nazionale e delle autorità tedesche, pensò bene di mettere questi documenti insieme ad una lettera di una mitomane tedesca, che dichiarava di sapere tutto sulla strage di Bologna, aprire una indagine di circostanza con la digos usando il Modello 45 ossia, notizie non aventi valore di reato, e archiviarlo dopo pochi mesi, senza dover passare dal Gip, in quanto modello 45 può essere archiviato senza questo importante passaggio che inevitabilmente avrebbe reso pubblica la notizia , ma facendo sparire questa informazione fondamentale per avviare nuove indagini e la cosa rimase ovviamente coperta fino alla scoperta nl 2004 dell’intero fascicolo grazie ad un consulente della commissione Mitrokhin.
Tutti questi documenti, compreso l’interrogatorio, che i membri della Commissione Mitrokhin, in qualità di autorità giudiziaria, fecero al dott. Giovagnoli e al suo capo, il dott Di Nicola, con alcuni passaggi imbarazzanti per le risposte date dai due magistrati, sono stati pubblicati nel mio libro nonostante fossero segretati.
Il primo tassello quindi era la presenza del terrorista Kram a Bologna il 2 agosto 1980 e i documenti lo mettevano nero su bianco, insieme alla nota della polizia tedesca del 2001 che lo legava all’attentato alla stazione di Bologna, ma nessuno ha mai chiesto alle autorità tedesche perché’ lo avessero collegato, ovviamente
Grazie al giudice Bruguiere, il magistrato che aveva indagato su Carlos e il suo gruppo, denominato Separat e a cui appartenevano membri palestinesi e tedeschi delle Cellule rivoluzionarie, arrivarono in commissione anche degli incartamenti processuali che finalmente chiarivano chi fossero i componente del gruppo e i loro ruoli.
Nella lista dei terroristi del gruppo di Carlos trovammo sia il nome di Thomas Kram che quella di Margot Frolich, che aveva il soprannome di Heidi come riportato nella nota dei servizi della DDR invitaci da Bruguiere, ossia della terrorista arrestata nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava detonatori ed esplosivo dalla Bulgaria.
Da notare che quando Kram fu fermato a Chiasso il primo di agosto in tasca aveva un foglietto , anche qui documentato nel fascicolo preso dagli archivi della questura di Bologna, che parlava proprio di Heidi e nessuno sino a quel momento aveva capito chi fosse questa Heidi.
Proprio a seguito di quell’arresto della Frolich furono pubblicate le sue foto sui giornali e un portiere, il signor Bulgini, dell’Hotel Jolly di Bologna, ubicato davanti alla stazione, la riconobbe e andò alla polizia comunicando di averla vista e di averle parlato proprio l’1 e il 2 di agosto del 1980 nell’albergo in cui lavorava mentre lei consumava al tavolo dell’hotel. Le autorita’ giudiziarie fecero delle verifiche su quanto detto dalla terrorista al Bulgini senza alcun reale approfondimento, lasciando cadere questa pista e senza avvisare il giudice Priore che l’aveva arrestata a Roma. Tra i documenti del giudice Bruguiere erano anche indicate le attività dei componente del gruppo e Kram veniva indicato come un esperto in esplosivi.
Inoltre vi era un documento molto importante, tra le carte inviateci dal giudice Bruguiere, una circolare interna delle cellule rivoluzionare, ossia del gruppo di Kram e Frolich che insieme ad altri terroristi internazionali componevano il gruppo di Carlos denominato Separat, in cui davano istruzione ai loro militanti come dovevano operare, indicando ai componenti come Kram che si occupavano della logistica e che non erano in latitanza, di condurre una vita normale senza destare sospetti e viaggiando con i documenti propri e non falsi proprio per evitare di essere scoperti.
Infatti Kram viaggiò a Bologna tra l’1 e il 2 di agosto prendendo alloggio all’Hotel centrale di Bologna con i propri documenti ufficiali, come da indicazioni di quel documento e questo smonta la tesi in base alla quale taluni sostenevano che fosse impossibile che un terrorista che si accingeva a partecipare, anche se solo sul piano logistico, ad un attentato viaggiasse con i propri documenti ufficiali.

I DOCUMENTI DI BUDAPEST

Il collegamento tra Carlos, Kram e la Frolich, messo in dubbio da chi contestava la pista palestinese ci venne confermato da un documento, anche questo pubblicato nel mio libro, pervenutoci dalla procura generale di Budapest, e che sarebbe dovuto rimanere segretato per venti anni, in cui si attesta che i servizi segreti ungheresi di allora annotarono un incontro tra Kram, la Frolich e lo stesso Carlos, che a Budapest aveva una base operativa, esattamente un mese dopo lo scoppio della bomba alla stazione di Bologna proprio nella capitale ungherese. Purtroppo ci fu inviata solo la nota dei servizi segreti ungheresi in cui si annotava l’incontro, non la registrazione dei loro colloqui, perché’ quando cadde il regime, i servizi russi, prima di andarsene, distrussero buona parte delle bobine delle registrazioni conservate negli archivi dei colleghi ungheresi.
Nei mesi scorsi si è poi appreso, tramite documenti dell’Fbi , che nei giorni della strage a Bologna presero alloggio in un albergo della città, due donne con passaporti cileno che in realtà sono risultati documenti falsi e della stesse partita di passaporti falsi cileni in dotazione e usati sempre dal gruppo terrorista di Carlos in occasione di altri attentati compiuti da loro.
Considerando anche le due donne con passaporto falso cileno sarebbero ben quattro le persone presenti a Bologna il giorno della strage legate al gruppo del terrorista venezuelano, il quale, per la verità, in diverse interviste, almeno una anche in modo chiaro, ha ammesso che quel giorno a Bologna c’erano i suoi uomini e che effettivamente stavano facendo un trasporto di esplosivi.
Ovviamente nella sua versione Carlos dà la colpa a Cia e Mossad che avrebbero fatto esplodere l’ordigno per poi addossare la colpa a loro gruppo e cosi’ gettare discredito su di loro.
Nessun magistrato di Bologna ha mai pensato di ascoltare Carlos sulla strage di Bologna, nonostante lui dato in molte occasioni la sua disponibilità in questo senso.
La Frolich si è rifiutata di farsi interrogare e Kram ha rifiutato l’interrogatorio, ma ha reso una dichiarazione spontanea davanti al pm Ceri, che aveva aperto una indagine sulla base di un mio esposto; la sua dichiarazione spontanea era talmente piena di contraddizioni che lo stesso magistrato fu costretto ad ammetterlo nella sua richiesta di archiviazione dell’indagine che aveva aperto, archiviazione poi motivata per altro dalla sua impossibilità di interrogare, i protagonista della vicenda ancora vivi. Credo che ogni commento in merito sia superfluo.
Nel percorso di ricerca documentale fatto dalla commissione Mitrokhin sono stati conferiti numerosi atti che attestano l’esistenza del Lodo Moro e ne spiegano le modalità applicative, da me puntualmente pubblicati, per altro commissione parlamentare Moro costituita nella legislatura XVII, ricevette altri atti sempre riguardante il Lodo Moro e il legame tra la strage di Bologna e il lodo Moro come testimoniato da alcuni parlamentari componenti della stessa, che però a differenza mia, non hanno voluto pubblicare nulla per paura di violare il codice penale, ma hanno fatto dichiarazioni pubbliche e si sono resi disponibili di farsi interrogare dai magistrati che se ne sono ben guardati.
Molto importante sono gli atti depositati in commissione Mitrokhin che attestano la presenza in quegli anni di due depositi di armi ed esplosivi dei palestinesi in Italia, uno in Veneto nella zona di Verona, dove si era recato almeno due volte il terrorista Kram prima della strage sempre passando da Bologna, fatti sempre accertati da documenti depositati in commissione e da me pubblicati, e uno in Sardegna. Ma da chi venivano custoditi questi depositi? I documenti in nostro possesso ci dicono che erano le Br e i gruppi ad essi collegati a svolgere questa mansione, cosa per altra confermata da una intervista di uno dei leader dell’Fplp nel 2010 in cui ammetteva che le Br furono il gruppo terrorista europeo con il quale loro collaborarono meglio. Sempre agli atti c’è il documento dei nostri servizi che attesta quando fu fatto a Cipro l’ultimo carico di armi ed esplosivi palestinesi e trasportato con un veliero italiano fino al porto di Ancona al cui comando c’era il capo BR Moretti.

LE BRIGATE ROSSE A BOLOGNA?

Fatte queste premesse, furono importante per noi i documenti che attestavano presenze anche Br il giorno della strage a Bologna.
Un documento molto importante acquisito in commissione Mitrokhin ci consentì di scoprire una presenza a Bologna, il giorno della strage, inquietante e legata alle Br. Infatti trovammo la copia di un colloquio tra l’allora capitano dei cc Giraudo e il terrorista Franceschini. L’ufficiale dei CC stava compiendo le indagini sulle stragi di Piazza della loggia a Brescia e Piazza Fontana a Milano per conto del giudice Salvini, e durante un incontro con Franceschini In questo colloquio Giraudo chiede a bruciapelo al fondatore delle Br “e se io le dicessi che il giorno della strage di Bologna fosse presente a Bologna Francesco Marra ? “ Franceschini riporta poi questo colloquio al telefono con un altro ex terrorista e agli atti c’è la registrazione della telefonata, probabilmente Franceschini voleva che la notizia si venisse a sapere. Francesco Marra era un presunto componente Br che a detta dello stesso Franceschini partecipò al sequestro Sossi, stranamente non fu mai arrestato, anzi fu l’unico di quel gruppo commandos terroristico che si salvò dagli arresti, un fatto che ha portato molti esponenti delle Br a ritenerlo un infiltrato dei servizi dentro la loro organizzazione.
A seguito di quel atto facemmo delle ricerche ed effettivamente trovammo una nota delle polizia di Bologna nella quale si mandava una informativa alla digos di Milano per accertare quale fosse la motivazione della presenza di Marra a Bologna proprio il giorno della strage e tra l’altro nella nota della Digos di Bologna Marra veniva indicato come sospetto terrorista. La risposta della digos di Milano fu un laconico report in cui si spiegava che avevano convocato Marra, gli avevano chiesto delle spiegazioni sulla sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980 e questi avrebbe risposto che stava andando in vacanza con una amica, ma gli si era rotto l’auto per cui si era dovuto fermare nella citta’ felsinea: nessuna verifica del suo alibi, nessun interrogatorio all’amica. Una semplice registrazione notarile di quanto dichiarato dal presunto terrorista. Anche tutti questi documenti erano nell’archivio della commissione Mitrokhin e sono stati da me pubblicati.
Una delle vittime della strage di Bologna, il giovane Mauro Di Vittorio, destò in me alcune curiosità. Quando per conto della commissione andai a visitare l’archivio dell’obitorio di Bologna all’istituto di medicina legale ove sono depositate tutte le autopsie delle vittime, il custode, che già ai tempi della strage di Bologna lavorava in quella sede, mi sottolineò alcune stranezze accadute e legate al povero Di Vittorio.
In primo luogo, il fatto che il giovane ragazzo romano era rimasto uno dei due ultimi cadaveri non identificati dopo oltre una settimana dalla strage, in quanto non gli fu trovato addosso nessun documento e nessuno lo aveva cercato. Fino a quando si presentarono una ragazza e un ragazzo di chiare sembianze medio orientali che chiedevano di poter vedere i corpi delle vittime rimasti ancora non identificati poiché’ cercavano un loro amico e temevano il peggio. Fu concesso loro di farlo e quando si trovarono davanti al corpo di Di Vittorio fecero una faccia piena di stupore che attirò il carabiniere di guardia che li chiamò e questi scapparono via. Dopo 24 ore, si presentarono madre e sorella del defunto con una carta di identità intonsa per riconoscere il parente, nessuno ha mai capito come e da chi furono avvisati i famigliari, la stessa sorella ha dato due versioni diverse, in quanto ufficialmente per tutti Mauro era in Inghilterra a lavorare. Guardando poi la sua autopsia risulta dalle bruciature sul corpo, che fosse molto vicino alla bomba che è esplosa. Quando sollevai il caso perché’ quantomeno chiarissero le parti dubbie della sua morte, hanno avuto gioco facile a dire che ero uno sciacallo, perché’ era una vittima della strage, ed ad evitare così reali approfondimenti ma limitandosi a recepire una dichiarazione della sorella. Da notare che Di Vittorio fu un esponente dei centri sociali dell’Autonomia Romana, in specifico proprio da quello in cui le Br reclutavano la militanza, ma si e’ fatto passare Di Vittorio per un semplice lettore di Lotta Continua, un simpatizzante di area, cosa abbastanza poco plausibile visto che i suoi funerali furono seguiti a ridosso di ferragosto da alcuni migliaia di simpatizzanti di estrema sinistra, molti un semplice lettore di Lotta Continua. Aggiungo che per questo mio interesse fui attaccato pubblicamente e inspiegabilmente da due ex brigatisti rossi uno dei quali era Padula, l’ex marito della Frolich, quando si dice i casi della vita.

ALTRI DEPISTAGGI

Un’altra storia di presenze inquietanti è quella di Muggirono di cui trovarono alla stazione il giorno della strage, una sua valigia con i suoi documenti, ma lui nel frattempo era tornato nella sua Sardegna. Muggironi un professore affetto da cecità venne rintracciato successivamente e diede delle strane spiegazioni sulla sua presenza a Bologna e sul suo ritorno a casa in Sardegna senza recuperare valigia e documenti raccontando di una squallida vicenda di raggiri e omosessualità. Anche qui, nonostante le evidenti contraddizioni, gli accertamenti si fermarono. Ma dalle ricerche fatte in commissione trovammo dei documenti che attestavano che la sua compagna era sorella di un ragazzo che era stato arrestato, due anni prima della strage, in Olanda insieme ad una altro italiano mentre trasportavano armo ed esplosivi dei palestinesi e tutto il gruppo era vicino alle Br, attraverso un a gruppo di fiancheggiatori sardi di cui erano simpatizzanti
La strage di Bologna è in primo luogo una storia di depistaggi, sempre e solo con un obbiettivo, evitare che si scoprisse il lodo Moro e il nesso tra questo e la strage di Bologna.
Tra le carte della Mitrokhin si sono trovati anche i documenti che attestano il primo depistaggio operato dalla giornalista Rita Porena, all’epoca della strage di Bologna era ufficialmente una giornalista del quotidiano “ Il canton Ticino”. La Porena fu la prima a svelare quella che fu definita la pista libanese, spessa confusa con quella palestinese, ossia quella che indicava nel gruppo neo nazista tedesco Hoffman dei simpatizzanti della Falange libanese che si sarebbero addestrati nei loro campi militari insieme a neofascisti italiani i quali, secondo lo scoop della Porena, avrebbero confessato loro che la strage di Bologna sarebbe stata opera proprio di militanti della estrema destra italiana.
La Porena fece questo presunto scoop attraverso una inchiesta con una serie di articoli pubblicati sul giornale svizzero italiano. Le indagini che seguirono attestarono che in realtà i membri del gruppo Hoffman essendo antisemiti, si erano sì recati in Libano ad addestrarsi, ma in realtà lo avevano fatto nei campi dell’Olp e non certo in quelli dei falangisti libanesi che erano alleati dell’odiato nemico israeliano. La vicenda finì a seguito degli accertamenti giudiziari durò quasi un anno poi terminò quando fu accertato l’infondatezza della notizia senza conseguenze per nessuno.
Dagli archivi dei nostri servizi riuscimmo a scoprire documenti che in realtà attestavano che la Porena, non solo era la moglie di uno dei capi dell’Olp, ma era anche un agente dei nostri servizi che operava al comando del colonello Giovannone, il nostro responsabile dei servizi in Medio Oriente con sede a Beirut e soprattutto il garante presso le autorità palestinesi del Lodo Moro.
Ma quanto fosse determinante il ruolo di Giovannone per il lodo Moro, che per altro fu capo scorta dell’On Moro prima di entrare nei nostri servizi e ricoprirne un ruolo apicale in Medio Oriente, lo scopriamo proprio da alcune carte anche queste depositate in commissione Mitrokhin. In particolare una, quella che attestava che al momento dell’arresto del responsabile dell’FPLP in Italia, Abu Saleh (in seguito al sequestro dei missili di Ortona nel novembre 1979 e da cui probabilmente partì la ritorsione palestinese che portò, volontariamente o periscopio accidentale, alla strage di Bologna ) nel comodino a fianco al letto del terrorista palestinese fu trovato un bigliettino con il numero di telefono del colonello Giovannone del suo ufficio di Beirut. Vi sono poi alcune missive dell’alto ufficiale dei servizi che attestano le sue preoccupazioni quando inizia il processo ai palestinesi e ai loro complici italiani, gli esponenti del collettivo di Via dei Volsci di Roma che conducevano il furgone con i lancia missili Strela di proprietà del’Fplp, paventando le inevitabili rappresaglie da parte dei palestinesi qual ora essi venissero condannati e non fossero restituite le armi, cosa che puntualmente avvenne. Vi è poi tra i documenti acquisiti, la circolare del prefetto De Francisci che il 2 luglio 1980 avverte alcune autorità di polizia in particolare alcune specifiche questure tra cui quelle di Bologna sulla possibilità di un importante attentato, un mese esattamente prima della strage, un ultimatum molto evidente a cui si era arrivato per la violazione del Lodo Moro a causa del sequestro dei missili Strela e il conseguente processo ai palestinesi e ai loro complici.

Questi i documenti principali, ce ne sono in verità anche altri nel cd del libro, che erano segretati e che io pubblicai in un evidente atto di disobbedienza civile, un atto dovuto che però non ha sortito nessun effetto dal punto di vista giudiziario, perché la magistratura bolognese ha scelto di non approfondire nulla e continuare con la tesi della strage neo fascista. Rimangono però documenti fondamentali per chi vuol ricostruire i fatti dal punto di vista storico, documenti che pesano come macigni.