Ormai l’Italia è il paese degli psicodrammi. Basta un nonnulla, una pinzillacchera, come diceva Totò, che in questo popolo di annoiati si scatenano le guerre delle parole, visto che quelle culturali e – ancor meno – quelle politiche gli italici sono ormai incapaci di intraprenderle.

Un’imprenditrice, proprietaria di un hotel di Lignano Sabbiadoro, chiaccherando con un giornalista dice una cosa che tutti sanno. Una cosa importante, ma talmente nota a tutti che sembra una banalità. Ebbene, subito dalle “truppe per l’organizzazione della stupidità” (per antonomasia la gente dalla cultura radical-chic), arriva una levata di scudi che la attacca in maniera feroce. Accusandola di indelicatezza verso il problema della disoccupazione giovanile. Un problema del quale se ne fregano bellamente, ma lo considerano vitale per alimentare le loro vacue discussioni al Forte o a Cortina.

Ma quale era questa affermazione? Semplicemente che, per determinati lavori che non sono quelli dell’amministratore delegato, del manager di un’azienda dal marchio arcinoto o del professionista con Porsche Cayenne, molti giovani italiani applicano la nobile arte della snobberia. In pratica non voglio fare determinati mestieri, considerati di poca immagine, ma vogliono mettere a frutto le proprie lauree, i propri master al fine di ottenere le collocazioni lavorative implicite in questi percorsi scolastici.

Purtroppo ciò che quasi sempre ottengono con questo modo di ragionare, è di rimanere stanziali nella loro cameretta, quella che vide i libri e lo studio della loro maturità. Magari fino a 40 anni!

A pensarci bene, però, è davvero scoraggiante ciò che l’imprenditrice ha detto: la maggior parte dei giovani italiani che hanno risposto all’offerta di assunzione non hanno accettato, non tanto per lo stipendio che era piuttosto generoso, quanto per il sacrificio richiesto, continuativamente per un paio di mesi. Insomma, la loro esistenza non poteva essere turbata dal non potere avere il sabato sera libero (e la discoteca?). E non era possibile avere il turno di domenica, saltando così la spaghettata di mammà. Quindi, piuttosto che guadagnarsi parecchie migliaia di euro dopo due mesi di sacrifici, meglio stare a casa. In fondo la vetrinetta con i trenini elettrici e i vecchi libri di latino sono sufficientemente decorativi per tenere compagnia, anche nei noiosi pomeriggi dei giorni feriali. Quando tanti altri lavorano.

Ovviamente non siamo stupidi quanto gli stupidi criticoni di questa intervista e non crediamo affatto che tutto questo sia una regola. Di giovani che si spaccano la schiena, ce ne sono. O che si ammazzano di – qualunque – lavoro per aiutare papà a tirar su i fratelli minori. Generalizzare è sempre un errore.

Ma che tante famiglie, troppe, si siano messe in testa che quel pezzo di carta che hanno fatto ottenere ai propri figli (con una serie infinita di sacrifici) sia il viatico per la felicità è solo una chimera, un retaggio di una società che non c’è più. Come non c’è più una scuola capace di farti ricordare il latino e la letteratura italiana fino ad oltre la pensione. Oggi il mercato del lavoro non esiste più: di avvocati ne abbiamo fin troppi, di commercialisti ancora peggio. E così per mille e mille professioni. Salvo alcune che, alla prova dei fatti, dai giovani non sono desiderate.

L’Italia si è ridotta a quella di Sordi del “Borghese piccolo piccolo”, l’uomo semplice e modesto che, dalla vita, desiderava solo vedere il proprio figlio diplomato e assunto in un ministero. Ma il borghese di Sordi alla fine si è ribellato di brutto. I “borghesi” di oggi, al massimo, sono capaci di brontolare in un american bar.

Un po’ è colpa delle generazioni degli Anni 50/60, attaccate alla propria situazione lavorativa fino alla morte, e qualche volta anche oltre. Un’infallibile ricetta per non consentire ai giovani di farsi strada. Un po’ è anche colpa della scuola, che li prepara davvero poco sotto il profilo tecnico, davvero niente sotto quello morale. Un po’ delle famiglie superprotettive: sono quasi sparite le mamme che, davanti al professore che sgridava il figlio, stavano dalla parte del professore. Oggi il pupo non lo vogliono preparato, lo vogliono promosso. E se non lo ottengono con le lusinghe o le minacce, vanno al TAR. Così, alla fine, otterranno la certificazione di un corso di studi che poi si rivelerà un oggetto di totale inutilità.

Spiace pensare che in quell’hotel di Lignano i camerieri, i portieri e gli stessi operai parlino lingue diverse dalla nostra. Proprio in un pezzo di terra che è stato strappato al “barbaro straniero” dal sangue di tanti italiani.

In questo modo qualche famiglia, magari economicamente traballante, dovrà continuare a tassarsi per mantenere quel figlio, laureato e con il master bla-bla, perché il mestiere di cameriere o di portiere non era gradito al loro pargolo.

Ma spiace ancor di più che la spina dorsale di quei ragazzi non si sia messa a vibrare d’orgoglio davanti all’offerta di lavoro e, laurea o master che fosse, non abbia scelto la strada della dignità. Quella di farsi assumere e rendersi indipendente, almeno per pagarsi la benzina. Quella del sabato sera, quella per la discoteca.