Magari a prima vista non ispira fiducia, ma a volte le apparenze ingannano. Del resto anche Donald Trump sembrava improbabile come Presidente Usa; quando il Tycoon scese in campo, nessuno avrebbe scommesso un dollaro sulla sua vittoria, irriso dai media e aggredito dai poteri forti, eppure vinse le primarie, e poi le presidenziali, diventando il capo delle forze armate statunitensi. Uno shock per i radical-chic che subito tentarono di disarcionarlo dalla Casa Bianca facendo scattare il Russiagate e minacciando l’impeachment. Ma nonostante i suoi modi rozzi, sta guidando il Paese in uno dei momenti di ritrovata vitalità economica e potenza politica. E con i suoi dazi e il suo muro al confine con il Messico, ha sferrato un duro colpo alla globalizzazione.

Un altro colpo al mondialismo è stato la Brexit. Dopo il disastro di David Cameron e il grigiore di Teresa May, il partito Tory britannico è stato abilmente scalato da Boris Johnson che è riuscito a coronare il sogno di un’intera vita e diventare primo ministro. Si trova a guidare la nazione in un momento molto difficile, dovendo affrontare almeno due spinose questioni: la crisi dell’Iran (con il sequestro della petroliera) e la gestione della Brexit. Con quella sua zazzera bionda scarruffata, quel viso un po’ selvaggio, quel suo incedere ingobbito, e le vicende della sua vita privata burrascosa, viene spontaneo chiedersi se è affidabile in quel ruolo. Eppure “BoJo” (come viene chiamato), è tutt’altro che stupido, incolto o sprovveduto, e anche nelle sue rinomate gaffe, c’è del mestiere, abilissimo a cavalcarle con autoironia e usarle a suo vantaggio.

La biografia di Johnson rivela, infatti, una persona brillante, particolarmente intelligente, colta e ambiziosa. È presto per dire se farà un buon lavoro, lo giudicheremo dai fatti, ma i pregiudizi (in gran parte montati ad arte dagli avversari), rischiano di rivelarsi fallaci come quelli che furono scagliati su Trump. Perché Boris sembrerebbe essere “il Trump britannico” e non solo per la comunanza della capigliatura biondiccia e scarmigliata, ma soprattutto per una probabile similitudine d’idee che mescolano conservatorismo e sovranismo.

Probabilmente Johnson sarà molto diverso dalla May, e ancor più, da Cameron. Se sul piano economico è probabile un’accelerazione liberista tatcheriana, su quelli nazionale ed etico, è auspicabile una discontinuità marcata con gli ultimi anni. È paradossale, infatti, che adozioni gay e utero in affitto siano state legalizzate in GB proprio dai conservatori, osando ciò che non aveva osato neppure Tony Blair. Se la Thatcher da parlamentare fu fra i pochi a votare a favore della depenalizzazione dell’omosessualità maschile (mostrando lungimiranza), è anche vero che da primo ministro, nell’88, la Lady di Ferro varò una direttiva amministrativa che proibiva “la promozione intenzionale dell’omosessualità” da parte di qualsiasi autorità locale, ed è impensabile quindi che ella avrebbe mai approvato adozioni gay e uteri in affitto.

Con “BoJo”, c’è da augurarsi un ritorno agli ideali classici del conservatorismo liberale. E la sua biografia sembra attestare questa tesi, infatti, in passato egli si è esibito in affermazioni “politicamente scorrette” nei confronti dei gay e più recentemente come segretario degli esteri, ha tentato di proibire i matrimoni omosessuali nelle Isole Bermuda. Se Johnson ha veramente intensioni di ripristinare un equilibrio tra diritti civili ed etica, tra libertà e doveri, è presto per dirlo, e certo è improbabile che ciò possa avvenire prima della Brexit.

Com’era prevedibile, il primo ministro ha chiarito che non si andrà a elezioni anticipate prima del divorzio. Ed è questa la madre di tutte le battaglie, ed è qui anche il segreto del suo successo: la maggioranza dei cittadini britannici ha votato per uscire dall’Ue, e mentre la May è stata morbida e impacciata, Boris ha spinto sin dall’inizio per una Brexit decisa, che egli ha promesso entro il 31 ottobre, dicendosi pronto anche al “no deal”. Da quando si è insediato, i sondaggi hanno registrato un’impennata dei Tories di ben dieci punti percentuali, piazzandosi come primo partito nazionale. Un trionfo.

La Brexit – a differenza di quanto dicono i fanatici dell’euromondialismo – sarà un rivitalizzante per il Paese, e sarà un passo decisivo per l’implosione dell’Ue. È a quel punto che Johnson, se si sarà giocato bene le sue carte, potrà andare all’incasso, portando la Gran Bretagna alle elezioni anticipate e forte di una maggioranza più salda potrà attuare la sua rivoluzione conservatrice liberale.

E i primi passi del leader vanno nella direzione giusta, infatti, tra le sue prime iniziative c’è stato il rilancio della collaborazione con Roger Scruton, filosofo e intellettuale conservatore britannico, una delle menti più raffinate del pensiero conservatore contemporaneo, autore tra le altre cose di un moderno Manifesto dei Conservatori. Scruton era stato allontanato dai Tory a causa delle sue tesi “politicamente scorrette”, su temi etici e identitari; questo nuovo passo dimostra la discontinuità di Johnson e conferma la sua colta intelligenza perché ha capito uno dei temi centrali di una possibile nuova Rivoluzione Conservatrice, ovvero, che bisogna ripartire dalle idee, dalla cultura, dagli intellettuali, una lezione che stenta a essere colta in un Paese come l’Italia, ma che non possiamo e non vogliamo rinunciare ad auspicare per un prossimo futuro.