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Un must tra i bocconiani – figli dunque del primo “europificio” italiano – è la lettura de “L’arte della Guerra di Sun Tzu”, opera arcifamosa e ultracitata (spesso a sproposito). Nel libretto cinese si spiega chiaramente come, laddove i soldati non eseguano correttamente gli ordini, la responsabilità è degli ufficiali e dei sottoufficiali, che non glieli spiegano con chiarezza. Questa importante lezione andrebbe digerita e imparata con umiltà da tutti coloro che ricoprono ruoli di responsabilità; e in questi ultimi giorni, soprattutto da quei politici e “uomini di informazione” che accusano i capipopolo o, peggio, i “cittadini” di disinformazione dolosa. Non che non sia vero: il livello mediamente infimo di consapevolezza verso ciò che ci circonda è evidente, ahinoi. I politici che si lamentano di questo dicono spesso una cosa vera, ma si autoaccusano di incapacità o di irrilevanza: perché infatti chi, se non la politica e l’informazione, deve fare autocritica là dove reputi le persone non adeguatamente a conoscenza di quel di cui si parla e vota?

 

La risposta a un generalizzato disinteresse e allo scarso approfondimento non può essere solo un’accusa vaga e il ritiro nel fortino del “tecnicismo”, ma dev’essere un ritorno alla politica e al pensiero attivo. Sono soprattutto i partiti che devono saper elaborare i “temi difficili” e poi spiegarli e “trasferirli” alle persone che li hanno delegati anche per questa funzione. I pensatoi dei partiti però sono sempre più poveri e poco incisivi. Gli allarmi per rifondarli si susseguono da anni, inascoltati. Non a caso i grandi sconfitti del Brexit sono i labour e i tories pro-Europa che non sono stati in grado di spiegare e far comprendere agli inglesi e ai gallesi l’importanza del voto in questione; entrambi i partiti si sono ridotti a una guerriglia interna e non hanno svolto il proprio compito di raccordo tra chi ha il potere-dovere di approfondire ed elaborare (la politica) e chi questo compito, per mancanza di tempo e competenze, lo delega tramite elezioni (i cittadini). Che poi i cittadini possano informarsi di più, certo: ma possono essere tutti professori di economia e giuristi? O, al rovescio: facciamo votare solo economisti e giuristi? Siccome questa aspettativa non è realistica, prima di teorizzare fantasiose e futuribili alternative al suffragio universale iniziamo a chiedere di più ai politici: come, ad esempio, di svolgere il loro mestiere di connettori.

 

Nel Regno Unito, a detta loro, non lo hanno saputo fare. Gli europeisti del giorno dopo ci spiegano con grande semplicità come l’Europa sia il paradiso e l’averla abbandonata un inferno: ma tanto evidente non era questa distinzione, se non hanno saputo farlo capire che a metà dei propri concittadini. Gli altri, quelli brutti sporchi e ignoranti, qualcosa invece hanno saputo farlo capire. Giusto, sbagliato, lo scopriremo anzitutto col tempo. Ma quel che preme comprendere è che gli intelligenti sono i più colpevoli di tutti per non essersi fatti capire. La politica deve essere una buona maestra e i politici buoni professori, ma non nel senso tecnocratico, bensì in quello elementare. Se il “popolo bue” che qualcuno oggi invoca malignamente è tale, forse è anche perché i partiti non spiegano, ma urlano. Non ragionano, ma cantano, blandiscono e ruttano. Certo, spiegare richiede tempo e presenza sul territorio: ma gli strumenti, oggi, ci sono. Manca, spesso, la volontà.

 

Gli intelligenti e gli informati si rendano allora conto di avere una responsabilità nei confronti dei diversamente intelligenti e dei diversamente informati, invece che un credito. Ed agiscano di conseguenza: non accusando, recriminando, dando dell’imbecille a chi non la pensa come loro. Questo sì che sarebbe da ignoranti. Se l’Europa è un sogno e metà dei cittadini inglesi non l’ha capito, forse è anche perché nessuno gliel’ha mostrato, questo sogno. Le accuse e le reazioni emotive lasciano il tempo che trovano, il risultato e l’atteggiamento invece restano e costruiscono il futuro. Questa è una lezione che i Britannici non dovrebbero imparare, sapendolo già benissimo per l’aver comandato un secolare e quasi sempre brutale Impero esattamente con questo principio di (crudele) responsabilità. Era il fardello dell’uomo bianco, razzista e cinico, di Kipling, che sottometteva milioni di servi nel Commonwealth. Oggi a Dio piacendo il mondo è più libero e un fardello ben più civile si pone sulle spalle del politico e di ogni uomo informato. Cominciare dalle autoanalisi e dai mea culpa piuttosto che dalle accuse o dalle offese sarebbe per la politica inglese tardivo, ma utile. E darebbe un bell’esempio anche ai tanti commentatori italiani che, per evitare il rischio di sembrare informati e di buon senso, continuano imperterriti a pontificare.