Altri ostacoli a fronte del Regno Unito nell’incipit del sofferto e macchinoso percorso che porterà il regno ad abbandonare definitivamente l’Unione Europea dal primo gennaio 2021. A Theresa May, di conseguenza davanti a Westminster, si è infatti concretizzata la questione “Gibilterra”.

E’ pronto, sia formalmente che sostanzialmente, il documento d’intesa tra Inghilterra ed i restanti ventisette membri UE in merito alla soft Brexit, con un periodo di transizione relativo alla decadenza contrattuale che comprenderà temporalmente tutto il 2020 con circa cinquanta miliardi di euro di oneri d’uscita da versare alle casse di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte. Adesso a mettersi di traverso è la Spagna con il “nodo” di Gibilterra. Si tratta del territorio d’Oltremare inglese ceduto dalla Spagna all’Inghilterra nel 1713, ancora oggi fonte di controversie con Londra.

Perché tanto rumore intorno a questo fazzoletto di territorio britannico (6,8 Kmq e 34.000 abitanti) sito nell’estremità sud-occidentale d’Europa? Semplicemente perché in quel sito lo scambio commerciale vale quasi un miliardo di euro. Madrid appare però rancorosa e forse vorrebbe mettere in discussione il protocollo d’intesa già avvallato da Londra, ovvero lo status di Gibilterra sarà definitivamente individuato tra il marzo 2019 ed il 2020. Per il governo spagnolo: “quanto negoziato tra Londra e Bruxelles non riguarda Gibilterra. Le trattative sul futuro di Gibilterra fanno parte di discussioni separate”, ha affermato proprio il Ministro degli Esteri, Josep Borrel, “non userei parole di veto, ma fino a quando non conosciamo la dichiarazione politica non sapremo se siamo d’accordo del tutto”. La risposta britannica non si è fatta attendere per Downing Street: “Gibilterra non verrà esclusa dall’intesa”.

Ma la Signora May non solo non lascia, anzi rilancia, dopo aver rassicurato la sfera commerciale ed industriale del Regno Unito, particolarmente insoddisfatta per le intese in materia di immigrazione successiva alla Brexit con Bruxelles, deve ancora difendersi dagli assalti dei falchi interni ai Tories, che non tollerano il mantenimento delle condizioni transitorie, giudicandole troppo estese e quindi onerose, paventando il loro prolungamento oltre il 2020 ed addirittura sino al 2022, come chiesto dalle istituzioni dell’Unione Europea. Così facendo

il Regno Unito dovrebbe versare al bilancio continentale oltre ai quasi quaranta miliardi di sterline, dei quali è ancora debitore, altri dieci o quattordici miliardi di sterline, ovvero ulteriormente tra i dodici e i diciassette miliardi di euro. Praticamente inaccettabile anche per le “colombe” interne ai Tories e per gli stessi liberali che siedono tra sui sedili parlamentari londinesi.