Il deserto cresce, guai a chi in sé cela il deserto – disse il saggio per bocca di Zarathustra. Guai a costui, e purtroppo a chi gli sta attorno. Non bastava lo scempio parigino dello scorso anno, quando Notre-Dame fu sfregiata da un incendio sulle cui origini non sono mai stati fugati i sospetti. Centinaia erano già, e sono stati ancora, gli episodi affini: molte demolizioni di chiese, in Francia, sono state e continuano a essere deliberate iniziative delle amministrazioni locali.
L’incendio che ha aggredito la cattedrale di Nantes, distruggendone l’organo centrale, è d’origine dolosa: sono stati presto rinvenuti tre inneschi, e un cittadino del Ruanda che prestava servizio in parrocchia ha poi confessato: ritorsione per gli inceppi burocratici che gli precludevano il permesso di soggiorno.
Orrori simili sono sempre accaduti: la novità, terrificante, è la loro legittimazione. Il conformismo postmoderno non vede nulla di male nella distruzione del patrimonio culturale: quando, nel 1998, il cantautore Giorgio Canali trovò divertente omaggiare le folli gesta di Laszlo Toth – il geologo ungherese convinto d’essere Cristo, che nel 1972 deturpò a martellate la Pietà di Michelangelo – la sua mentalità non era del tutto dominante; ma nemmeno isolata.
Il deserto cresce, dilaga, come il Nulla di “La Storia Infinita” di Michael Ende (e certa destra che si raduna sotto il nome del suo protagonista, fa ben poco per arginarlo). Due estati fa ho svolto un tirocinio presso il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, che ospita anche una galleria; quando facevo notare agli ospiti che non si possono toccare né i dipinti, né le sculture, e tanto meno appoggiarci gli zaini (sì, è successo), le risposte erano piccate e sorprese.
Mi chiedo chi abbia dato il via all’usanza imbecille, in voga presso tante comitive di giapponesi (civiltà più che ammirevole – fino al 1945), di entrare nel Pantheon toccandone le colonne. Spostandosi da Roma a Venezia: quando vidi un loro padre di famiglia, vestito da bambino speciale (cappellino col ventilatore nella visiera, marsupio, sandali e calzini… pensare che erano la nazione dei samurai), assestare manate con tanto di sonori schiocchi (essendo le sue zampe sudaticce) al complesso dei Tetrarchi, gli esposi il mio rincrescimento (per quanto stupido, avrà capito che non gli stavo dicendo “benvenuto in Italia); e poche cose mi fanno diventare nazista come i flash che quotidianamente inondano la Pala Pesaro, una delle due gemme di Tiziano a Santa Maria de’ Frari. Dal dare per scontato che si possano molestare opere d’arte all’incendiarle, il passo è breve. La mancanza di rispetto è la stessa, quando ci vorrebbe timor sacro.
A un incontro, in quel di Milano, di pochi anni fa, un erudito rimarchevole quale Quirino Principe disse: guardate i film italiani di questi anni, e quelli francesi coevi. I film italiani sono stracarichi di riferimenti alla musica leggera (molto spesso i titoli sono citazioni da canzoni); nei film francesi, molto spesso i personaggi sanno suonare il pianoforte, hanno ricevuto – senza per forza provenire da chissà quale formazione privilegiata – un’educazione musicale classica. Ero d’accordo (tralasciando l’ammirazione per il canzoniere italiano, che fino ai primi anni ’70 era uno scrigno carico di tesori), essendo parte delle generazioni che sono state vittime del pressapochismo scolastico che ha devastato la formazione degli italiani negli ultimi decenni.
Quel che sta succedendo in Francia contraddice però la seconda parte del teorema di Principe. Il sottovuoto in cui l’Europa è inscatolata coinvolge anche i transalpini: allogeni e non. D’accordo, il responsabile dell’incendio di Nantes è un extracomunitario – un africano. D’accordo, è un ennesimo monito allo stare in guardia dall’invasione. Ma il problema della distruzione del passato europeo non giunge da fuori.
Non giunge da qui, ma giunge da ora: è un problema storico, di epoche. Uno dei refrain più frequenti – e più stupidi – della postmodernità è il rifiuto del Medioevo. Qualsiasi istanza reazionaria, conservatrice, più o meno vagamente destrorsa, financo fascista (autentica o presunta tale) è tacciata d’essere “medievale” – come fosse un insulto. Non si ha nostalgia del Medioevo (pestilenze, aspettative di vita ridotte, miseria e quant’altro): un’epoca che – come ogni altra – ha avuto le sue miserie e i suoi splendori (esempio: le cattedrali). Ma nemmeno si può detestare il Medioevo in quanto tale.
Sarebbe come avere nostalgia dell’Età Moderna perché ha ospitato il Rinascimento, l’epoca in cui si è concentrata tanta genialità quanta non si vedeva dalla Grecia classica. Eppure il Cinque e il Seicento sono stati secoli violenti, brutali, malati.
Un secolo, un’era non sono belle in quanto tali. Allo scrivente garberebbe vivere negli anni ’70, data una certa fascinazione per il costume, gli spettacoli, certi aspetti nazional-popolari; ma il caporedattore gli dice: erano anni terribili, fare politica era orrendo. Lui ha ragione, ma io non ho torto.
I postmoderni detestano il Medioevo in quanto tale: semplice analfabetismo, non hanno nemmeno un’infarinatura di storia. Lo ritengono l’opposto della modernità: perché pensano che la modernità siano il Novecento e il Duemila. Quelli un poco più “sgamati” magari pensano coincida con le rivoluzioni francesi e americane. No, poveri idioti: la modernità comincia a fine Trecento (qualcuno direbbe 1455, con la Bibbia di Gutenberg, altri 1492, quando Colombo giunge nelle Americhe: ma le epoche non cominciano un tal giorno, e comunque entrambe le datazioni sono troppo in là), con l’arte tardogotica (preludio del Rinascimento) e l’umanesimo in letteratura – con Petrarca e Boccaccio, degni allievi del già modernissimo, seppur morto nel 1321, Dante.
No, poveri imbecilli, i moderni non siete voi, menti anguste secondo le quali l’unica arte degna d’esistere è quella contemporanea – e siete così cretini da chiamarla “arte moderna”. No, teste di cavolo, l’arte moderna comincia fra Tre e Quattrocento e comincia a digradare dal Settecento; le troiate per le quali sbavate non sono moderne, sono contemporanee. No, miserabili minchioni, l’opposto della modernità non è il Medioevo: perché tra Medioevo e Rinascimento, anche a dare troppo credito al grande ma inaffidabile Vasari, non c’è nessun conflitto.
L’opposto della modernità siete voi: la modernità è l’umanesimo rinascimentale, è la scoperta della prospettiva, è la riscoperta della classicità, è lo studio del cosmo, è l’individualismo sano – l’attribuzione di dignità all’individuo, non l’egocentrismo.
La modernità ha avuto il massimo rispetto per le cattedrali. Voi le incendiate, mentre vi fate abbindolare dai trucchetti di Bansky, dalle trovate da Asilo Mariuccia di Catellan, dalle sceneggiate della Abramovic.
La questione non è un dibattito fra storici dell’arte. L’odio postmoderno nei confronti delle cattedrali non è soltanto il ribrezzo che i peggiori cittadini del mondo provano nei confronti della bellezza: è anche una pulsione distruttiva istigata da chi vuole sradicare gli europei dalla loro identità, perché gli uomini vuoti sono facili da controllare. I cultori del meticciato (e qui sì, torna il fatto che il piromane di Nantes sia un ruandese) propugnano la distruzione, perché il meticciato è il Nulla, il deserto, la bruttezza che avanzano.
Quando non ci saranno più cattedrali, quando tutto quel che di bello il Medioevo e la modernità (quella autentica) ci hanno lasciato sarà stato cancellato, resteremo da soli coi postmoderni. E ci pentiremo di non essere stati più convintamente reazionari.