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L’ennesima strage di matrice islamista, lascia, oltre l’orrore, un profondo senso di intolleranza nei confronti della retorica. Frasi e analisi sono diventate ormai rituali senza che questo provochi nei protagonisti un minimo senso di imbarazzo o di vergogna.

Opinionisti e commentatori si dividono da anni ormai sul rapporto con il mondo islamico. La vulgata “buonista” pigia con più forza il tasto del dialogo, dell’accoglienza e dell’integrazione. Dall’altra parte fa eco la voce di chi vede in ogni extracomunitario disperato e alla ricerca di salvezza un nemico da combattere. Ma nessuna delle due tesi fa il conto con il tema dei temi, ovvero chi finanzia il terrore.

Diciamoci francamente la verità, se l’Occidente non fosse governato in questo momento da una delle peggiori classi dirigenti della storia sarebbe molto più difficile per i jihadisti seminare morte nel mondo. Un intreccio di mediocrità politica e interessi inconfessabili rende i governi europei subalterni e ossequiosi nei confronti di Paesi arabi, formalmente alleati, ma notoriamente fiancheggiatori dei terroristi.

È drammaticamente inutile piangere le piccole vittime di Nizza, straziate insieme ad amici e genitori, se non si ha il coraggio di dire chiaramente, non agli ulema, ma ai governi di Qatar e Arabia Saudita che nessun rapporto politico, economico e militare potrà mai esserci se non collaboreranno davvero e fino in fondo per estirpare le radici del terrorismo islamista dal loro mondo.

Troppo comodo per i pingui sceicchi di bianco ammantati, venire a Parigi, Londra o Roma, fare shopping, acquistare quote azionarie di squadre di calcio, aziende, multinazionali, banche e compagnie aeree, “contaminarsi” con gli infedeli per poi lavarsi la coscienza con la zakat.

Si, la donazione equivalente delle nostra elemosina, del nostro otto per mille alla Chiesa cattolica. Per i mussulmani è molto di più che una norma di legge, è un precetto religioso del Corano. E sono centinaia le famiglie miliardarie del Golfo e della penisola Araba che rendono nuovamente candida la loro anima di fedeli seguaci di Allah trasferendo denari ai sultani del terrore.

Certo, bisognerebbe avere i neuroni funzionanti e la spina dorsale dritta. Bisognerebbe mettere in gioco, ad esempio, gli appalti che Rfi e Anas hanno vinto in Qatar per chiedere a Doha un impegno sincero e reale contro le bestie jihadiste.

Ma, come dicevamo all’inizio, ci troviamo al cospetto di governi e governanti deboli e inadeguati. L’unico paese arabo con il quale l’Italia ha fatto la voce grossa, fino al punto di quasi rottura delle relazioni diplomatiche è stato l’Egitto. Uno Stato che, con tutte le sue contraddizioni, combatte quotidianamente il fondamentalismo e che ne paga il prezzo salato. La barbara uccisione di Giulio Regeni meritava certamente una reazione. Era giusto chiedere giustizia alle autorità locali, ma solo in quel caso l’imbelle ministro Gentiloni e il fanfaronesco premier Renzi hanno mostrato i muscoli. Scelta che meritava certamente miglior causa, in considerazione dei rapporti che da sempre il nostro Paese ha con il Cairo.

In assenza di reazioni forti che vadano alla radice del problema, che non sta nelle banlieu o sui barconi, ma a Doha, Abu Dabhi o Riad, gli arruffapopoli nostrani continueranno ad accapigliarsi con il volto contrito e le lacrime di commozione agli occhi.

Ci sarà chi continuerà a negare l’evidenza e sostenere che la cultura di una parte dell’islam e il fondamentalismo non sono l’uno conseguenza dell’altro. Continueranno a negare che una migrazione di massa, senza controlli, senza freni e senza limiti creerà una miscela esplosiva che renderà, per sempre, istabili e insicure la nostra società. Ci racconteranno che l’antidoto al terrore non è una immigrazione sostenibile, ma il miracolistico orizzonte di una società multietnica.

Dall’altra parte, apprendisti stregoni incapaci di pensieri lunghi, penseranno di compiere il loro dovere di paladini dell’Occidente dando la caccia ai lavavetri, ai parcheggiatori e alle colf di colore, o imprecando contro i disperati in fuga dalla guerra.

L’una e l’altra categoria sono lo specchio di una Europa che ha smarrito ogni coscienza di se, della sua storia, della sua missione. Di un’Europa che va in fibrillazione soltanto quando le Borse chiudono in rosso o gli Inglesi votano la Brexit. Un’Europa che pretende di essere un’entità politica ma che non ha una linea comune su nulla che non sia il denaro. Proprio come quello che arriva nelle casse dei macellai di Abu Bakr al-Baghdadi.