Dedicato ai quei grigi e frustrati burocrati che tutti i giorni che gli Dei mandano sulla terra riempiono le poste aziendali con protocolli, linee-guida, codici di comportamento e grida di manzoniana memoria. Detentori del “potere degli uffici”, stabiliscono per gli altri ciò che loro non sanno fare, e dall’alto della loro incompetenza pretendono di definire percorsi e pratiche a loro ignote. E godono. Sempre a loro dedico una perla di saggezza di Seneca, per metterli al loro più congruo posto e smantellare il loro patologico narcisismo: “I burocrati esercitano poteri di re con animo di schiavi”. E tali rimangono.

Un tempo chi sapeva faceva, e chi dimostrava un tipo di capacità veniva cooptato ad una funzione corrispondente. I geni della pittura, della scultura e della musica non uscivano dalle scuole d’arte e dai conservatori, ma erano semplicemente riconosciuti e, perciò, approvati e ammessi al loro specifico esercizio. I fondatori di giornali, i corrispondenti e gli investigatori della stampa non accedevano alle redazioni con la certificazione di una laurea in giornalismo: sapevano semplicemente scrivere e analizzare. Le professioni, tutte, si apprendevano con esercizio di bottega, e quelli non portati erano esclusi per giudizio inappellabile del maestro (mastro).
Oggi no. Oggi vige inesorabile l’attestazione, il pezzo di carta che norma e normalizza l’attività umana e l’organizzazione meccanica. Trionfa la retorica del controllo e, attraverso di esso, si enfatizzano gli strumenti della valutazione.
Un esempio per tutti: l’“Organizzazione internazionale per la normazione”, nel suo acronimo inglese ISO, International Organization for Standardization, è un apparato sedicente scientifico che dal 1947 è preposto a definire parametri, pratiche e obiettivi di carattere tecnico. Nella realtà, come simbolicamente suggerisce anche il suo acronimo citato che deriva dal greco isos, cioè uguale, esso è il cavallo di Troia per la più subdola e pervasiva omologazione. Esso cela la mentalità uniformante e livellante del peggiore sistema democratico. Se è lecito, oltre che scrupoloso, definire delle procedure di verifica e di manutenzione di apparati tecnologici, pericoloso e perverso è il suo dilagare nel campo intellettuale della psiche e della parola.
Uno dei pensatori attuali che è intervenuto con estrema chiarezza in questa questione è lo psicoanalista francese Jean-Claude Milner. La sua denuncia è precisa e impermeabile ad ogni equivoco, e il riordinamento scolastico è uno dei dispositivi societari che meglio chiariscono l’attacco in atto. La valutazione dell’alunno è un momento definito dal sapere dell’insegnante, dalla sua conoscenza dell’allievo, quello e unico nella sua specificità. Altro è il  “valutazionismo” , cioè  “un’operazione mercantile” in cui i valutatori – come avviene ad esempio nelle Direzioni delle Risorse Umane – nulla conoscono della persona, né del suo sapere teorico e pratico, ma esercitano solo una pratica di apparato.
Nella scuola la condizione è ugualmente esasperata ed esasperante, perché attraverso l’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, e l’Invalsi, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione, ogni autonomia di insegnamento e di studio è castrata da normative, test e procedure burocratiche. Ecco, allora, intervenire le scuole di comunicazione, quelle di scienza dell’educazione, quelle di indirizzo pedagogico. Il niente istituzionalizzato. Modernizzare piallando il passato, eguagliare le opportunità frustrando le eccellenze, incentivare le espressività scomunicando la disciplina: il regime della sufficienza, della mediocrità e del relativismo.
Su tutto aleggia quell’atmosfera tanto penetrante quanto perversa che il grande sociologo russo del ‘900, Pitirim Aleksandrovič Sorokin, ha chiamato “quantofrenia”, la malattia di volere esercitare un controllo quantitativo su tutto, ovviamente trascurando ogni aspetto qualitativo nella valutazione. È la quantificazione grossolana dell’evidente e del generale a discapito della specificità dell’individuale e del profondo. Insomma, una operazione di livellamento addomesticato.
Afferma testualmente Milner: “La democrazia, si dice, è uguaglianza; macché, gli esseri parlanti sono incommensurabili e insostituibili; tale incommensurabilità costituisce la sostanza delle loro libertà” .
Il valutazionismo omologato dalle agenzie di controllo stabilisce il numero quale parametro di risultato, trascurando una fascia di superiorità non rientrabile nell’area delle mediocri abilità. E in questa operazione ogni libertà di espressione delle personali capacità e delle peculiari vocazioni è soffocata dalla prevaricazione statistica.
Tutti i settori di lavoro sono coinvolti in tale degrado, ma è la scuola il nucleo fondamentale dell’attacco che ci interessa, soprattutto perché è la radice dalla quale poi germogliano i rami della comunità. La scuola ha subìto il peggiore deterioramento nella sua finalità, deformata da dispositivo di formazione di cittadini ad apparato fornitore di com-petenze. In questo modo si è strutturato l’obiettivo di “castrare la curiosità in ambito professionale: la routine del lavoro combatte in primo luogo le pratiche intellettuali” . Per insegnanti e discenti niente più curiosità, passione, rigore e perseveranza, ma solo indifferenza, disinteresse, superficialità e variabilità. Insegnanti e discenti non liberi cittadini maturi e in erba, ma solo atomi funzionanti senza un proprio pensiero se non quello che batte sentieri “stabiliti dall’istituzione, per essere certi di funzionare secondo le sue (del potere) modalità” .
Gli apparati di controllo e di valutazione sono dei falsificatori. Nella loro prerogativa di intervento c’è solo la formazione della mediocrità. Siamo in pieno regime di inettitudini, dove “la mediocrazia è lo stato medio innalzato al rango di autorità [e dove] i processi sistemici incoraggiano l’ascesa ai posti di potere da parte di attori mediamente competenti, mettendo al margine i “supercompetenti” esattamente come gli incompetenti veri e propri” .
Bisogna tenere a mente e fare proprio un concetto: la pratica di certificazione è l’”entomologia del chiunque” – io certifico che sei come gli altri, e se sei come gli altri sei “più assimilabile alle cose e di conseguenza più disposto a non deviare di un passo dal sentiero dell’obbedienza” . La pratica di certificazione è la prassi burocratica attraverso la quale la stratificazione egualitaria toglie la libertà, ma senza sofferenza, in seduttiva anestesia. Non si tratta di attestare una disabilità bisognosa di supporti ma, attraverso l’obiettivo del risultato paritario, di escludere le migliori competenze e abilità, quindi omologare in basso vocazioni, intuizioni e buone volontà.
Niente qualità e competenze, quindi, nei processi di valutazione, ma solo il livello condiviso di similitudine e di ubbidienza.

J-C MILNER, La politica delle cose. Breve trattato politico I, trad. it. e prefazione di Gianni Tagliapietra, edizioni ETS, Pisa 2016.
A. DENEAULT, La mediocrazia, trad. it., Neri Pozza, Vicenza 2017.