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Piero Buscaroli, Umberto Eco, Ida Magli: è un febbraio decisamente bisestile per la cultura italiana. Sfortunatamente, è anche assai poco equilibrato, perché si passa dall’esaltazione acritica dell’uno alla “damnatio memoriae” dell’altro, al ricordo vagamente infastidito dell’altro ancora.
Non è mia intenzione discutere lo spessore culturale di alcuno dei tre illustri estinti, non ne ho neppure le qualifiche. Mi dispiace solo – e questo è tipicamente italiano – che uno (Eco) muoia da “intellettuale organico”, degno di figurare in una nuova “Accademia d’Italia”; gli altri due muoiano da “underdog” del pensiero, cani sciolti che hanno pagato a carissimo prezzo la loro originalità.
Questo fa immediatamente cadere ogni discorso di tipo culturale. Qui, purtroppo, c’è solo politica, la politica totalitaria che accetta un certo tipo di manifestazioni di pensiero e ne boccia irrimediabilmente altre.
A mio parere, questo è l’esatto contrario della cultura, perché tutte le manifestazioni del pensiero umano, comunque si manifestino, sono degne del massimo rispetto.

Eco aveva espresso posizioni molto radicali in politica, salvo poi finire a cantare le lodi della democrazia totalitaria, ma questo non investe e non può investire il livello qualitativo della sua produzione di pensiero. La cosa vale però anche per Piero Buscaroli e Ida Magli, e invece abbiamo un santo e due reietti. Il che equivale a dire che Ezra Pound e Louis-Ferdinand Céline erano due pessimi scrittori perché fascisti. Nasce il sospetto – non infondato – che spesso si diventi intellettuali celebrati perché organici agli assetti politici del proprio tempo. E’ vero, ma non è una patente culturale, anzi.