Sicilia, all’alba degli anni ’80: Stefano Bontade, in smoking, tiene una chiassosa festa in onore di santa Rosalia. Presenti, fra gli altri mafiosi, Totò Riina e Tommaso Buscetta. Questi torna a Rio de Janeiro, dalla moglie brasiliana, poco prima che Riina, boss dell’emergente clan corleonese, faccia uccidere Bontade, dando il via alla “mattanza”: la seconda guerra di mafia (la prima era stata negli anni ’60), con la quale spazzerà via il clan palermitano, sino allora dominante. Arrestato dalla polizia brasiliana, sarà estradato in Italia, dove, dapprima riluttante, sarà poi entusiasta di collaborare con Giovanni Falcone, e vendicarsi di Riina – che nel frattempo gli ha fatto uccidere tredici parenti – diventando il principale testimone al Maxiprocesso di Palermo. Trascorrerà il resto della vita tra soggiorni più o meno segreti negli USA e testimonianze a processi.

Ennesimo minestrone sulla storia contemporanea italiana di Bellocchio, partendo – come già nel pessimo Buongiorno, notte – da un punto di vista controverso: se il film su Moro (sfilata di attori attoniti, frasi fatte e i soliti scimmiottamenti di Bunuel) era basato sulle menzogne auto-assolutorie di Anna Laura Braghetti, questo accompagna il “boss dei due mondi” nelle sue traversie. Si porta quindi lo spettatore quasi a simpatizzare per il mafioso pentito; situazione simile a quella provocata, pochi mesi prima, da The Mule di Clint Eastwood, splendida elegia in cui si tifa per un narcotrafficante.

Buscetta è, al di là del film, un personaggio non inquadrabile: se resta una bugia quella dietro cui, nel film come nella realtà, si parava (l’ancoramento quasi romantico a un ideale di “Cosa Nostra” come associazione di uomini d’onore), e se resta dubbio che la simpatia che aveva rivolto a Falcone fosse ricambiata, sta di fatto che è stato in buona parte grazie alla sua testimonianza (dapprima coatta) che Falcone, Borsellino e il pool anti-mafia, nonostante gli ostacoli procurati dal CSM, hanno potuto mettere a segno i loro capolavori: la Retata della notte di San Michele e il Maxiprocesso. E se la mafia che rappresentava non era né buona né onorevole come asseriva, era comunque… “meno peggio” di quella di Riina, autentica attuazione del Male.

Buscetta ha una dimensione umana, e il film la mostra soffermandosi sul suo contrasto con Riina. Buscetta confida a Falcone, prima di rinfacciarsi a vicenda con Riina i due diversi approcci alla vita e alla mafia: a differenza del corleonese, il palermitano preferisce “fottere a comandare”; per l’altro no, esiste soltanto il potere. Carnale, vorace, vanitoso, Buscetta ha una dimensione affettiva; quando Riina vede alla televisione il testimone riportato Italia, è strano vederlo con le mani sulle spalle del figlio; ma il gesto di protezione è rivolto al clan minacciato dagli inquirenti, non verso il bambino. Nicola Calì, nella semplicità della sua interpretazione, rende bene la malvagità pura, satanica del suo personaggio, ritraendone la silenziosa ferocia mentre assiste al telegiornale che annuncia la strage di Capaci.

Bellocchio non rinuncia ai soliti toni grotteschi, e la vicenda ci si presta: dalle urla sguaiate per festeggiare la santa, agli eccessi del carcerato di lusso (pedalate in corridoio, sartoria, squillo nel dormitorio, balli per il compleanno…), dalle esecuzioni mafiose al conteggio di vittime della mattanza palermitana scandito sullo schermo (idea tratta dal giornale locale L’Ora, che censiva gli ammazzamenti sulla prima pagina) ai paragoni animaleschi (topi in fuga per la Maxiretata, una iena in gabbia per Riina braccato dalla polizia), dalle sceneggiate in tribunale (che molte risate hanno suscitato in sala fra spettatori che trovano divertenti i processi per strage e associazione mafiosa…) alla solita satira innocua – Andreotti raffigurato, in due scene nelle quali non proferisce parola, come fisicamente patetico, e nulla più – come si suol dire: fare la rivoluzione disegnando i baffi sulle foto del tiranno.

Il film ha un andamento sostenuto, e dimensioni quasi monumentali. Lo tradiscono alcuni dettagli – nemmeno minimi: il ritratto impiegatizio di Falcone è un’occasione sprecatissima, e fa sì che soltanto l’istrionico Salvatore Contorno di Luigi Lo Cascio contenda la scena al torvo Buscetta di Favino – del resto, il cinismo sartriano di Bellocchio gli impedisce sempre di ammettere che esistano persone di valore, facendolo restare in una visione disperante e piccina dell’umanità.
Bellocchio non si accorge della grandezza di Falcone, la cui tragedia usa soltanto per una scena spettacolare (l’esplosione vista dall’interno dell’automobile, rendendo male il dettaglio della chiave tolta e reinserita nel quadro) e una, manco a dirla, grottesca (l’esultanza dei mafiosi alla notizia della strage). E se il ritratto di Falcone è inadeguato, manca del tutto quello di Borsellino (non per fare processi alle intenzioni, ma resta il timore che a costui ancora non si perdonino, nonostante la statura incommensurabile del personaggio, le simpatie politiche).

Il mondo piccolo di Bellocchio è troppo angusto per ospitare due dei più grandi eroi della storia italiana (financo mondiale). A una figura colossale fu aperto una volta un pertugio in questo microcosmo – a Mussolini: ma soltanto per una demonizzazione basata su magagne private (Vincere, che passata l’eco del duello tutto urlato e sbracato tra Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi non ha lasciato traccia). Coerente insomma dedicare, dopo il già citato Buongiorno, notte basato sulle fandonie d’una brigatista (ritratta dall’impietrita Maya Sansa in tutta la sua contrizione per i patimenti del caro ostaggio… fu la Braghetti infatti tanto sconvolta e pentita da non poter fare a meno d’uccidere, nemmeno un anno dopo, il prof. Vittorio Bachelet), un film a un mafioso.

Il traditore è un bel film: ma resta da riflettere seriamente su di una componente molto nutrita del cinema italiano che non riesce a inquadrare nemmeno una figura che sia più grande del “boss dei due mondi”; su quel culturame che non sa ancora liberarsi dalle brutture della mentalità sessantottina.
In un bel filmato, Costanzo Preve, parlando di questi cattivi maestri, faceva un paragone tra il nonno di Saramago (lo scrittore portoghese raccontava che questi, ormai in punto di morte, abbracciò gli alberi che aveva piantato: lieto che la vita continuasse dopo di lui) e il Mazzarò di Verga (il protagonista del racconto La Roba, che nel medesimo frangente distrugge quel che può fra i suoi possedimenti, furibondo che qualcosa gli sopravviva): bersaglio polemico di Preve era Umberto Eco; Bellocchio si mostra ancora parte attiva di questa schiera d’avvelenatori di pozzi.
Il traditore è un film sulla mafia che porta la rappresentazione dell’epopea criminale italiana di molti gradini sopra la pornografia della violenza di Gomorra (compiacimento per la spettacolarità del male, da parte di chi non vede al di là del male); ma è grazie alla mentalità di chi lo ha realizzato, se si è arrivati a dar credito alla narrazione morbosa d’un plagiatore che da anni manca di rispetto a chi, a quella stessa criminalità, risponde col proprio impegno.