L’amore e il dolore sono contigui. Nulla possono gli appunti di una storia concessa a gratis, scritta e riletta più volte da pennivendoli e giocolieri di romanzi facili, dell’italianità conciliante e degli intrugli letterari da cassetta. Pietrangelo Buttafuoco “scribacchia” e, come spesso e volentieri gli accade, facendolo bene, Il Dolore Pazzo dell’Amore. Il racconto di una civiltà millenaria e la perdita di trasmissione antropologica dei saperi, l’arte persa del “Cuntu”, ripercorrendo la strada remota dei ricordi e di immagini chimeriche: Re e Regine antichi, alle prese con eroi e saraceni del passato e del presente, attorniati da cuori impavidi e malacarne, sulla via che porta da Leonforte ad Agira in provincia di Enna. Sin dove le orecchie e i riverberi di una memoria mai sopita, tanto cara a Pasolini, rischiano di essere dimenticati per sempre.

 

Lo fa alla sua maniera, alcune volte indecifrabile per l’immancabile astuzia nel riuscire a far specchiare ogni suo pensiero in una piroetta di uno stile ricercato che, altro non è, l’idea fissa del raggiungimento di uno o più significati dotati d’importanza; la via di passaggio e la sua ricerca dolorosa, dedite alla responsabilità e alla forza di una forma interiore che sia, come nel suo ultimo romanzo rivolta al lettore, dolore e amore, di una fede duratura, da approfondire senza troppo trascurarla. Buttafuoco indossa per la prima volta i panni dei cuntisti, immergendosi morfologicamente nella folcloristica e nella trasmissione orale siciliana, come un aedo dell’antica Grecia a cui non pesa spingere più avanti il suo linguaggio diretto, solo dopo aver volato oltre, soggiacendo volentieri in prossimità delle epoche che hanno contrassegnato la sua terra.

 

A differenza di Mimmo Cuticchio, l’erede designato della tradizione dei canta storie siciliani, l’aedo, materializzatosi nell’animo intimo di Buttafuoco, infonde con il suo respiro senza tempo i segreti, da vero gaudente della formula classica, del periodo romano (135 A.C.), bizantino e arabo (VI VII secolo), normanno-svevo (1061), a braccetto con la luna in cui la fine e la morte sono l’inizio senza tempo. Dove «Noi fummo come astri di una notte, in mezzo ai quali c’e’ una luna. La lucerna che illumina le tenebre», raggiungibile con un atto, la scrittura, che separa all’unisono l’irriverenza “dell’orecchietta alla pagina” non ancora ultimata e la nebulosità della televisione caporiona. Riuscendo con una penna a girare la chiave magica del patrimonio dei valori e dell’odierna “viltà” del sogni vissuti per davvero. Sussurrati in un frammento che racchiude ostinatamente un tempo lineare: quello della nostra vita e della nostra storia, accordatisi senza che noi ce ne accorgessimo all’essenza di un giorno dopo l’altro, in nessun caso mai banale.

 


 

Pietrangelo Buttafuoco

 

IL DOLORE PAZZO DELL’AMORE

 

Editore: Bompiani, Milano 2013

 

Pagine: 192 Prezzo: 15,00 euro