Certo, se avesse scelto di non far passare l’accorpamento delle elezioni amministrative con il referendum di modifica costituzionale volto a ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, la Consulta avrebbe tolto non poche castagne dal fuoco al centrodestra. Il fatto è che il taglio dei parlamentari è una proposta popolare che, senza troppe riflessioni è fatta propria dalla più parte dei cittadini: vuoi per un generico sentimento anti – casta e anti – sprechi (in verità in questo caso molto pochi); vuoi  per quel rancore e risentimento sociale che è lo stato d’animo predominante in tempi di crisi e sfiducia nel futuro, e di diffidenza verso gli altri, quale è quello attuale.

Anche una vittoria schiacciante nelle elezioni regionali, accompagnata da una quasi sicura e annunciata débacle del Movimento Cinque Stelle, sarebbe in effetti annacquata, sia mediaticamente sia politicamente, dal fatto che i grillini si intesteranno la vittoria in una battaglia per loro storica e che hanno portato avanti praticamente da soli in questa legislatura. Una vittoria che puntellerà, o comunque andrà ad attutire, l’impatto delle regionali su un governo che proprio nei grillini ha l’asse portante della propria maggioranza.

Non meraviglia perciò che il governo si sia prodigato per l’accorpamento e che Conte si sia già detto favorevole al sì. Il centrodestra si trova perciò in una sorta di cul de sac: le ragioni politiche lo spingerebbero ad auspicarsi una vittoria dei no, per coltivare una pur minima speranza che la legge non passi; le ragioni sostanziali lo spingono però ad essere coerente con le proprie scelte precedenti e quindi a confermare anche nelle urne la propria indicazione di voto per il sì.

Il centrodestra pagherebbe comunque un pegno: se scegliesse di fare harakiri e votare per il no, darebbe l’impressione di essere poco coerente e pronto a strumentalizzare le proprie idee per fini di bottega politica; se confermasse il sì, salverebbe la coerenza ma finirebbe per unire al danno la beffa portando acqua al mulino del governo e dei grillini e a danneggiandosi con le proprie mani. Apparentemente da questo dilemma non si esce, anche perché, seppur si scegliesse la via del no, si tratterebbe per il centrodestra di un azzardo bello e buono: è altamente probabile infatti che il “si” passerebbe comunque e ciò rimarcherebbe ancor più la sconfitta.

Però forse una via di uscita dal bivio a somma zero ci sarebbe, uno stretto viatico che potrebbe unire principi o valori e opportunità o utilità politica, anche se esigerebbe, per essere percorso,  una prova di coraggio non indifferente e una capacità di comunicazione non facile con l’elettorato. Si tratterebbe cioè di far capire che non si è per principio contro la riduzione dei deputati ma che una eventuale decisione in tal senso, proprio perché concernente aspetti di forte rilevanza costituzionale, andrebbe inserita in un più organico progetto di riforme tese ad esaltare, e a ridare lustro, alla funzione parlamentare, non a mortificarla ulteriormente. Come la vicenda dello “stato di emergenza” ha dimostrato, il ruolo del Parlamento è necessario per garantire trasparenza e democraticità alle decisioni politiche, e in fondo la nostra stessa libertà di cittadini di uno Stato di diritto. Appurato che il fine dei grillini è esattamente il contrario, e soprattutto non fidandosi politicamente di questa maggioranza e di questo governo, il centrodestra compatto dovrebbe perciò invitare i lettori al no.

C’è un mese intero per preparare per bene la campagna elettorale e di comunicazione e per dare un colpo forse definitivo alla demagogia e al velleitarismo di chi ci governa e di chi, come il Pd, svolge di fatto un ruolo di “utile idiota”.

 

Corrado Ocone, L’Occidentale, 18 agosto 2020