Per decenni i cittadini della disciolta repubblica socialista jugoslava hanno sospettato che il defunto compagno presidente Josif Broz Tito non fosse proprio un campione di morigeratezza e modestia. Pensieri celati, inconfessati e inconfessabili durante il regime, ma — dopo l’implosione della federazione — divenuti presto sussurri poi grida e, infine, solide certezze.
In questi anni non sono però mancate le polemiche e da più parti — sia in Croazia e Serbia ma anche nella tranquilla Slovenia — i petulanti fans del “Maresciallo” hanno rumoreggiato indignati ogni volta che qualcuno si accingeva a rivisitare il controverso personaggio. Nulla di strano: il ricordo della “pax titina” a fronte di un decennio di guerre balcaniche e l’idealizzazione del modesto benessere consentito dal regime (e invidiato dagli altri Paesi del blocco comunista) rimangono tutt’ora un richiamo per alcuni segmenti delle fasce più deboli (e anziane) della defunta federazione. A volte aggrapparsi ad un passato malinconico può lenire l’angoscia per un presente incerto…
Ma ad assottigliare le non numerose ma chiassose fila degli yugo-nostalgici sono arrivati due eventi: una mostra e un processo.
Andiamo per ordine. La scorsa estate il Museo della Storia di Belgrado ha ospitato un’esposizione significativamente intitolata “Album d’oro”, dedicata alla vita pubblica e privata della coppia presidenziale, ovvero Tito e la moglie Jovanka. Un successo pieno. Per mesi una folla enorme ha scoperto i reperti più riservati del potere titoista: centinaia di foto sino ad oggi proibite hanno rivelato le abitudini sultaniali dei coniugi Broz e della nomenklatura comunista belgradese. Il pezzo forte della mostra erano i guardaroba del compagno presidente e della sua signora: vestiti di Dior (il sarto preferito da Jovanka), mutande di seta, scarpe inglesi, cappelli italiani, guanti d’ogni tipo, uniformi di tutte le fogge, preziosi fucili da caccia, gioielli. Tutti articoli d’alta classe, scelti con cura e attenzione, degni di un raffinato aristocratico ma poco consoni ad un leader comunista. Ma tant’è…
A incrinare però definitivamente il “monumento” ci ha pensato proprio Jovanka. Probabilmente solleticata dal successo della mostra lo scorso dicembre, 30 anni dopo la morte del padre-padrone della Jugoslavia, la vedova ha fatto causa allo Stato serbo per l’eredità del marito.
Si tratta di un gruzzolo ragguardevole, stimato ben 60 milioni di dollari, ma anche di una grana complicata per i giudici belgradesi che dovranno decidere nei prossimi mesi non solo sul destino dei beni in Serbia — oltre a ville e palazzi anche orologi d’oro, posate d’argento, carrozze e le preziose bardature per i cavalli costituite da costose file di perle, una Rolls Royce, una Lincoln e quintali di medaglie — ma pure su quelli custoditi in Croazia. Jovanka pretende infatti dal governo di Zagabria la restituzione della villa istriana di Brioni (compreso il parco di Cadillac lì ancora custodito) e gli oggetti conservati al museo di Kumrovec, borgo natale del “Maresciallo”.
La vedova, accompagnata da tre furibonde nipoti, non perde un’udienza e attende in questi giorni dall’imbarazzato tribunale la prossima convocazione.
Intanto la signora Broz non perde occasione per incolpare dello “scippo” trentennale tutti i collaboratori del marito e, in particolare, lo scomparso presidente serbo Milosevic e sua ingombrante moglie. I molti nemici della signora però non demordono e ricordano con dovizia di particolari i burrascosi rapporti tra i due coniugi. Carattere forte ed impetuoso Jovanka, agli inizi degli anni Settanta, cercò d’imporsi sull’ormai anziano leader e di influenzare la sue scelte politiche e soprattutto private. Nel 1975 la rottura definitiva. Per gelosia. Come racconta Demetrio Volcic, grande conoscitore di cose balcaniche, «a età avanzata il dittatore trovò due bellissime massaggiatrici serbe, 22 anni, bionde. Le due massaggiarono molto il “Maresciallo”. E Jovanka s’incazzò. Quando Tito fece l’ultimo viaggio in Russia e in Cina ci andò da solo. E ciò fece molto scalpore. Volle fare la visita con Jovanka la quale con fermezza replicò: “o io, o le massaggiatrici”. E Tito scelse le massaggiatrici». Il comunismo fu anche questo.







