Raqqa, 2015 (in Siria, nell’allora capitale dello “stato islamico”): l’ISIS progetta un attentato in Svezia. Pervin, moglie d’un terrorista, è prima braccata e poi protetta da Fatima, poliziotta ambiziosa e tenace.

Produzione svedese ambientata in Siria, la prima serie (in otto episodi) di “Califfato” non avrà un seguito. Lo affermano produttori e sceneggiatori: il pubblico scandinavo comincia a rifiutare “thriller politici o sociali”, perché “noiosi”. La Nordisk Film and TV Fond chiede “telefilm più nuovi e divertenti”.

Il telefilm sul “Califfato” è stato insomma vittima di tre fattori: l’essere ambientato cinque anni fa (per il pubblico di Netflix, un passato troppo remoto – per quel che riguarda l’attualità; operazioni nostalgiche, ma in chiave fantasy, come “Stranger Things” riscuotono invece maggior successo); l’ansia suscitata dall’allarme terroristico; l’esaurimento della moda dei thriller di denuncia sociale con ambientazione scandinava.

Si pensi all’enorme successo della trilogia di Stieg Larsson (il Berizzi svedese: giornalista dedito esclusivamente alla persecuzione di gruppi più o meno esistenti d’estrema destra, morto in circostanze grottesche – obeso, a 50 anni ebbe un attacco cardiaco salendo le scale – dopo aver paventato per anni che sarebbe stato ucciso dai neonazisti, e prima di raccogliere i frutti dei suoi romanzi) che, pubblicata in Italia da Marsilio, diede il via a una serie di romanzi e film che (con qualche incursione nel fantastico, come la struggente storia d’amicizia e vampirismo di “Lasciami entrare”, libro di J.E. Lindqvist e adattamento di T. Alfredson) ha contribuito a distruggere la “favola bella” della socialdemocrazia scandinava, mostrando quel che la sinistra europea pretendeva di nascondere: le sacche di disagio sociale, il dilagare di alcolismo e tossicodipendenza, il vuoto esistenziale diffusissimi in Svezia e dintorni, con buona pace del liberalismo laicista che gridava al “miracolo” e al modello da seguire.

La Svezia socialdemocratica, laica, europeista e immigrazionista è poi diventata, come è tristemente noto, la testa di ponte prediletta dal terrorismo di matrice islamica (ma andrebbe fatta distinzione, checché né dica il sovranismo più demagogico, tra l’Islam e la sua caricatura sanguinaria) per gli attentati in Europa.

“Califfato” è una produzione svedese, ma con un pudore la cui natura è fin troppo chiara mostra un problema svedese… da fuori, dal Medio Oriente. Una forma di esorcismo? Con negazioni come questo “non sta succedendo qui”, il buonismo più imbelle ha agevolato il peggioramento del problema.

“Califfato” (in originale “Kalifat”) si segnala comunque per il duo femminile protagonista (Gizem Erdogan e Aliette Opheim) e per essere una delle eccezioni (lo scorso anno abbiamo scritto di un’altra: “Highwaymen” con Kevin Costner nei panni di Frank Hamer, leggendario Texas Ranger) al panorama Netflix (sospeso tra “fighettume” e pornografia della violenza): “Califfato” è quasi un documentario, scabro e spietatamente sincero.