Settimane difficili per Hun Sen, da 35 anni capo indiscusso del Partito del Popolo e vero “padre padrone” della piccola Cambogia. Gli strategici settori del tessile, del calzaturiero — un fatturato di sette miliardi di dollari annui e 700mila posti di lavoro — e dell’alimentare rischiano di crollare sotto una duplice spinta, incrociata quanto casuale. Da una parte vi sono le minacce, per il momento solo virtuali, dell’Unione Europea, apparentemente scandalizzata dalle pratiche repressive attuate dal ferrigno primo ministro contro l’opposizione e, in particolare, contro il suo leader Kem Sokha, a giudizio in tribunale per “alto tradimento” mentre il suo Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (Psnc), è sciolto d’imperio e molti suoi esponenti sono stati arrestati o esiliati.

A febbraio Bruxelles ha chiesto al governo di Phnom Penh di sospendere il processo annunciando, in caso di rifiuto, il congelamento degli accordi commerciali. Sul momento Hun Sen ha fatto la voce grossa, dichiarando che «la Cambogia non s’inginocchierà davanti a nessuno» ma, prudentemente, i giudici hanno fatto scivolare le date delle udienze a primavera. Poi si vedrà. Una giravolta obbligata da un fattore imprevisto quanto devastante: il coronavirus.

La terribile pandemia ha infatti indebolito drammaticamente la Cina, grande alleato e finanziatore del regime.  Allo scatenarsi della crisi Hun Sen è volato a Pechino, unico capo di Stato al mondo, per riaffermare la sua “fraterna vicinanza” al premier Xi Jinping; come pegno di fedeltà ha mantenuto aperti i collegamenti aerei e si è rifiutato di rimpatriare una ventina di studenti in quarantena a Wuhan. Prove di dedizione che però non hanno impedito il blocco — causa il rallentamento forzato delle industrie cinesi — dei rifornimenti di materie prime, indispensabili per l’operatività delle filiere cambogiane.

L’impatto rischia di avere conseguenze disastrose per la debole economia locale. La settimana scorsa il ministro del Lavoro ha annunciato che una decina di fabbriche avevano dovuto diminuire drasticamente la produzione e oltre tremila addetti erano in ferie obbligate. Numeri ancora piccoli se confrontati con quelli anticipati dalle proiezioni ufficiali: ad aprile rischiano di chiudere circa 200 impianti, il 20 per cento del settore con 160mila operai. Azzerato anche l’intero comparto turistico (nel 2019 ben il 12,1 del Pil); da inizio marzo gli alberghi e i ristoranti di Siam Reap, la principale destinazione, come le splendide rovine dell’adiacente parco archeologico di Angkor (gestito dai vietnamiti come riparazione per le spese della guerra del 1979), rimangono desolatamente silenti. Mancano gli occidentali ma, soprattutto, sono spariti i visitatori cinesi che assicuravano più di un terzo delle entrate. Un disastro annunciato.

Hun Se continua pervicacemente a sperare nella ripresa dell’Impero di Mezzo ma intanto bussa a tutte le porte compresa quelle occidentali. Il permesso d’attracco al porto di Sihanoukville della “Westerdam”, la nave da crociera della Holland America bloccata per undici giorni nei mari d’Oriente a causa di un caso di coronavirus a bordo, è stato interpretato dagli analisti come un segnale di disponibilità a Donald Trump, che ha ringraziato l’autocrate asiatico con un caloroso tweet, e ai governi europei.

Con rara spregiudicatezza il premier ha visitato la nave e, dopo un frettoloso controllo, i 1445 passeggeri sono stati sbarcati e portati a Phnom Penh da dove hanno proseguito per le loro destinazioni finali, sparpagliandosi per tre continenti. Purtroppo, poi, le cose sono andate storte. A Kuala Lumpur una donna statunitense è risultata positiva al virus, mettendo in allarme le autorità sanitarie internazionali, impegnate da settimane a ricostruire identità e spostamenti dei gitanti. Il governo cambogiano, ovviamente indifferente alle critiche, ha minimizzato il problema ribadendo che non si farà influenzare «dalla malattia della paura».

Follie? No. In verità, nulla di nuovo o di strano se si ripercorre l’incredibile vicenda dell’immarcescibile leader. Nato nel 1952 nel cuore rurale del Paese, a vent’anni si schiera con i sinistri Khmer rossi di Pol Pot e si distingue nell’attacco finale alla capitale, nell’aprile del 1975. Nella battaglia perde l’occhio sinistro e guadagna i galloni di comandante. Comunista ma non stupido, l’uomo comprende presto che le purghe interne stanno per inghiottirlo — con un posto assicurato nel lager di Tuol Sleng — e lestamente fa fagotto per il vicino Vietnam.  Una scelta pagante. Nel 1979 rientra in patria al seguito delle truppe di Hanoi meritandosi l’incarico di ministro degli Esteri. Nel 1985, a soli 33 anni, diventa primo ministro, al tempo un record mondiale. Da allora, ignorando sconfitte elettorali e colpendo implacabilmente ogni oppositore, non ha più mollato la poltrona. A cambiare sono stati gli interlocutori e i programmi. A chi gli ricordava le antiche convinzioni il premier ha risposto «sono un pragmatico. Ho seguito il marxismo leninismo sinchè era necessario, ma non tutti quelli che vanno in chiesa hanno la stessa fede».

Dimenticati gli amici sovietici, gettate in discarica falci e martelli, dal 1990 Hun Sen si è convertito — come confermano gli scintillanti grattacieli di Phnom Penh e le bidonville della periferia, i lussuosi alberghi di Angkor e le palafitte del lago Tomple Sap — all’economia di mercato e al turbo capitalismo in salsa cinese. Investimenti e povertà, lusso e molto nepotismo intrecciato a tantissima corruttela come conferma il 161° posto su 180 della classifica mondiale dell’indice di corruzione stilato da Transparency International.

Eppure per le generazioni che hanno conosciuto nel passato l’orrore del regime di Pol Pot (quasi due milioni di morti in 3 anni, 8 mesi e 20 giorni) il presente rimane accettabile. Lo spettro di una nuova guerra civile, puntualmente evocato, terrorizza e spaventa i più e poco importa se persino il genocidio interno è stato liquidato con qualche solitario processo a pochi e selezionati gerarchi rossi e poi sepolto da molti silenzi imbarazzati sui complici, oggi abbondantemente riciclati e sommamente potenti.

A protestare ed opporsi vi sono i solo giovanissimi, ansiosi di idee e volti nuovi, presentabili, ma per ora senza prospettive. Sgominata l’opposizione il regime controlla tutto: televisioni, radio e social network mentre il “Phnom Penh Post”, unico quotidiano indipendente, è stato “normalizzato”. Il re Norodom Sihamoni — formalmente la Cambogia è una monarchia costituzionale — non conta nulla: a differenza del padre Sihanouk, personaggio carismatico, il prudentissimo monarca vive rinchiuso nella sua gabbia dorata, lo splendido palazzo che si staglia sulla riva del fiume Tonlè Sap, e non s’intromette negli affari di Stato.

Hun prevede di governare la Cambogia ancora per i prossimi dieci anni. Poi sarà il turno di suo figlio, Hun Manet, 42 anni, capo delle forze armate. Lo scorso mese a Pechino Xi Jinping ha assicurato il suo sostegno al clan. Coronavirus permettendo.