Vengano a Milano gli ispettori dell’Onu incaricati di verificare se siamo un paese razzista.

Passeggino in un quartiere centrale della città, a poche decine di metri dall’Arena civica, e scoprano che si tratta di un’intera zona popolata esclusivamente da cinesi, dove addirittura nelle insegne e nella propaganda delle attività commerciali non compare una parola di italiano; e si rendano conto che si tratta di una delle comunità storicamente più integrate della città.
Scoprano ad esempio che, da qualche anno, Hu é il cognome più diffuso della città, ben più presente degli arcinoti Brambilla e Rossi. Senza mai che un italiano se ne sia lamentato.

Facciano una passeggiata domenicale al parco Forlanini, e verifichino come il più grande polmone verde della città si trasformi in un insieme di improvvisati campi di pallavolo, fiancheggiati da distese infinite di artigianali barbecue, attorno ai quali si riunisce una vastissima comunità di boliviani; e si rendano conto che nessun italiano ha mai pensato di creare loro disturbo.

Interroghino le famiglie milanesi e verifichino quante fra loro cerchino collaboratori filippini che li aiutino a condurre le vicende domestiche e, ancor più, ad assistere i propri anziani; e realizzino che i famosi lavori “che gli italiani non vogliono più fare“ trovano esecuzione nella favorita ed auspicata presenza di persone che vengono dall’altra parte del pianeta.

Controllino quante attività imprenditoriali e di servizi siano possedute, gestite, collaborate, da cingalesi cui nessuno ha mai posto la minima difficoltà.

Facciano colazione nella pasticceria Sissi, dove troveranno quotidiane code di milanesi, in attesa di consumare le brioches prodotte da un signore senegalese assai più distinto di molti “giargiana“ che passeggiano al sabato pomeriggio in via Montenapoleone.

Facciano un giro nel quartiere di Porta Nuova-Garibaldi; guardino lo skyline ed apprezzino uno dei più suggestivi risultati dell’architettura moderna. Poi chiedano a chi appartiene tutto ciò che vedono, e scopriranno che l’area è stata comprata da facoltosi sceicchi, senza che ci sia stata alcuna levata di scudi contro l’”invasione islamica”.

Frequentino uno dei tanti ristoranti etnici africani, dove scopriranno comunità di eritrei che parlano con un accento milanese che neanche la miglior Franca Valeri…

Poi, prima di rientrare a casa, facciano un giro nella zona di viale Padova, nel piazzale della Stazione Centrale, o in qualche disagiata area periferica.

Scopriranno bivacchi di nerboruti soggetti, che ci sono stati “venduti“ come disperati profughi in fuga da guerre, mentre noi ancora ci interroghiamo su dove abbiano messo le donne, i bambini e gli anziani, ovvero i primi che dovrebbero essere messi in sicurezza quando si scappa da tanta disperazione.

E verifichino la pericolosità del transito in mezzo alla lordura che la presenza di costoro immancabilmente provoca, lo stato di disagio, i problemi di igiene, l’assenza di sicurezza della persona, i borseggi continui, il fastidio (quando non di molto peggio) che viene arrecato ad ogni donna che malauguratamente si trovi a transitare da quelle parti.

E rilevino che queste sarebbero le cosiddette “risorse“, che qualche imbecille sostiene siano necessarie allo sviluppo della nazione; addirittura indispensabili per “pagarci le pensioni“. E si interroghino se queste scemenze possano essere verosimili.

Allora si, troveranno tanti italiani che maledicono chi non protegge i confini, chi traffica sugli sbarchi clandestini, le ONG e le varie associazioni curiali che ci fanno i soldi (sempre in nero, per restare in tema), i professionisti dell’informazione unidirezionale che sembrano catapultati dal pianeta Papalla, tanto descrivono una situazione avulsa dalla realtà.

Infine tornino a casa, e provino a dire che il problema in Italia si chiama razzismo.

Ma facciano attenzione, che il passaggio da caschi blu a teste di cazzo é assai più breve di quanto non si immagini