Non voglio offendere nessuno. In particolare i tanti amici che hanno scritto al riguardo, fornendo fantasiose ricostruzioni sulle motivazioni del bombardamento della Siria deciso dal presidente Usa Trump. In politica, come sappiamo, tutto è possibile ma esistono dei limiti. Spedire quasi 60 missili contro una nazione sovrana non può essere la strada per svincolarsi dall’accusa di essere appoggiato dalla Russia e neppure il cammino per costruire una strategia condivisa. O per risolvere dei problemi legati alla debolezza della squadra presidenziale o agli oppositori interni.

Avallare – di fatto – le menzogne sull’uso dei gas a Iblid di certo non spiana la strada ad alcun tavolo negoziale. Fornire supporto militare (la base colpita era in prima linea contro l’Isis) ai tagliagole barbuti prolunga la guerra non il contrario. E con essa la catena di lutti.

Dopo i primi mesi di luna di miele con Trump e l’ubriacatura di felicità e di speranze seguita alla sconfitta della Clinton ora bisogna tenere conto della realtà. Quell’American First del nuovo presidente non lasciava presagire nulla di buono. O meglio di nuovo. Ancora una volta il mondo dovrà fare i conti con la volontà di controllo e di dominio di Washington che dura ininterrotta da quasi 200 anni, dai tempi della ‘dottrina Monroe’ ormai inevitabilmente tracimata dal solo dominio del continente americano. Quando si tratta degli Usa, d’altronde, spesso si confondono i sogni o le speranze con la realtà. Se ne facciano una ragione populisti/sovranisti e si scelgano un’altra icona da idolatrare. Magari senza fretta, aspettando i fatti, che convincono più delle parole.