Nel pensiero di Carl Schmitt (Plettenberg 1888 – 1985) trova ampiamente posto la reazione filosofica e giuridica al “razionalismo”, all’illuminismo ed alla rivoluzione sovietica. Negli scritti del pensatore tedesco non è difficile comprendere l’influenza di autori totalmente avversi e reazionari nei confronti della rivoluzione francese quali: De Maistre e Donoso Cortés. La “concretezza” deve permeare la categoria politica a scapito delle fantasie astratte create soprattutto dal tardo illuminismo. Quest’ultimo è reo di aver generato architetture politiche, culturali e sociali sanguinarie e mostruose, occorre quindi opporgli la diade di pensiero: “amico-nemico”. Schmitt si schiera però anche contro la sorniona tranquillità del pensiero di Kelsen, colpevole di aver tolto artificialmente la drammaticità dal corpo della vita, rendendola così irreale ed artificiale. Infatti, con l’apparire delle tensioni sociali del XX secolo, rileva il filosofo tedesco, il crasso pacifismo borghese e mercantile dell’Ottocento va in tilt, la categoria giuridica fatica, stenta o non riesce a comprendere la fattispecie intrinseca alla realtà sociale. Il diritto è costretto così a rivelare il suo lato grigio: la politicità surrettizia implicita all’ordinamento giuridico. Si creano ingiustizie e soprusi, prevalgono interessi individuali o collettivi la bilancia della giustizia perde il suo equilibrio. L’instabilità delle Germania weimariana è il bersaglio della riflessione del pensatore di Plettenberg. La “neutralità” del diritto liberale ha spalancato le porte al mostruoso nemico comunista. Per riaffermare l’autorità dello Stato e riequilibrare la bilancia della giustizia è necessario un atto “Politico” e “Autentico”, pertinente alla fenomenologia della politica. La politica, per Schmitt, è legata indissolubilmente alla guerra, se il mondo fosse retto da uno stato solo scomparirebbe la categoria politica.

Quando si parla di guerre combattute per motivi soltanto religiosi od economici o peggio alto finanziari, scrive Schmitt, si danno motivazioni gravemente superficiali, il senso della guerra risiede nella sua politicità (Le categorie del “politico”, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna 1972 pp. 87 sgg.), come in Machiavelli il leone deve sempre avere la meglio sulla volpe. Solo uno Stato organico e realmente vivente agisce in tal senso. La democrazia schmittiana è parente stretta della metodologia plebiscitaria interna al regime autoritario fascista del 1929, dove viene esaltata l’energia imperativa e volitiva degli italiani. Qui il pensatore tedesco individua definitivamente Benito Mussolini (Duce e Tribuno del popolo) in qualità di maestro di Adolf Hitler (misticamente Fuhrer Primo tra i tedeschi), ma sarà drammaticamente l’allievo a “superare” il maestro. Carl Schmitt, purtroppo, perdendo proprio la sua migliore qualità intellettuale: “il senso della realtà” in “Stato, Movimento, Popolo – Le tre membra dell’unità politica” (in Principii politici del nazionalsocialismo, a cura D. Cantimori, Firenze, 1935, p. 192), riconosce e certifica oltre ad Adolf Hilter come Capo dello Stato totalitario tedesco (Legge del 24 marzo 1933), anche l’altra faccia satanica della stessa medaglia: Iosif Vissarionovič Džugašvili, conosciuto anche come Iosif Stalin, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che, in tale ruolo, assumendo sempre più potere, a partire dal 1924, instaura progressivamente una spietata e sanguinaria dittatura comunista nell’Unione Sovietica, non più Russia. “L’uomo sta nella realtà di questa appartenenza a un popolo e a una razza fino ai più profondi e ai più inconsci moti dell’animo, ed anche fino alla più piccola fibra cerebrale”. (Ivi, p. 226).

La spietata resa dei conti avvenuta il 30 giugno del 1934 dove le SS annientano le SA (Squadre d’Assalto Nazionaliste), elegge Hitler oltre che Fuhrer anche Giudice Supremo del Terzo Reich. Carl Schmitt entra nel partito nazista il I maggio 1933, diviene membro del Consiglio di Stato Prussiano e Presidente dell’Associazione dei giuristi Nazionalsocialisti. Nel dicembre 1936 viene attaccato e stigmatizzato dalla rivista delle SS “Das schwarze Korps” in quanto ritenuto un “Conservatore-Prussiano” non in linea con il Nazionalsocialismo. Da allora si dedicherà solo all’insegnamento in modo appartato.  Nel 1945 verrà internato dagli alleati per più di un anno, per poi ritirarsi nella città natale — Plettenberg, dove morirà quasi centenario — e continuare a perfezionare il suo pensiero filosofico e giuridico.

In questa seconda fase della sua vita il giurista elabora due opere importanti:  Terra e mare (1942) e Il nomos della Terra internazionale dello Jus publicum europaeum (1950). Agli occhi di Schmitt, il diritto pubblico europeo è ormai in pieno declino, in quanto ha perso il suo centro di riferimento, costituito dalla terra in opposizione al mare. L’Inghilterra, conquistando le terre del nuovo mondo, si è affermata come potenza marittima e imperiale: essa è il Leviatano, che si oppone alla potenza terrestre (Behemoth) rappresentata dagli Stati continentali, fondati sull’identità collettiva della nazione e sulla difesa dell’integrità territoriale.

Nell’affermarsi di questo impero marittimo mondiale si cela, secondo Schmitt, il germe della rovina, perché conduce alla trasformazione del diritto fra gli Stati in diritto privato internazionale, cioè in diritto commerciale, e introduce una forma di moralismo universalistico, politicamente pericoloso, perché incentrato sul concetto discriminatorio di “guerra giusta”. Per Schmitt ciò rappresenta la fine della statualità e la dissoluzione delle distinzioni fra diritto pubblico e diritto privato e fra diritto statale e interstatale. Ma non solo. Assieme alla statualità cadono anche le barriere frapposte dalla hobbesiana guerra di tutti contro tutti. La guerra moderna, analizzata da Schmitt in Teoria del partigiano (1963), è una guerra partigiana, cioè ha la sua radice nelle ideologie e non trova più limiti nello Stato, anzi si radica all’interno dello Stato e della società. Il partigiano, infatti, non difende la terra da un’occupazione, ma conduce una lotta in nome di una propria verità ideologica sostituendo al nemico pubblico un nuovo nemico privato, anticipo e annuncio della barbarie.