È  vero: un movimento elettoralmente ancora troppo piccolo per i valori che incarna non si può permettere il torpore. Augusto Grandi nel suo intervento su destra.it non ha torto. Anzi. Nel piccolissimo del mio ruolo, e anche oltre, ho cercato di tenerlo vivo nei giorni di festa levando una voce un giorno contro la prosopopea e la “posta del cuore” di Re Giorgio, un altro contro lo ius soli della Kyenge, quello dopo contro Renzi e le sue finte riforme, quello dopo ancora contro le bufale di Saccodanni che ci racconta un’Italia che non c’è ma finalmente ammette di essere “un mero esecutore” (si, l’ha detto).

Ma il tempo, breve, del torpore è finito.

Ora Fratelli d’Italia riparte di slancio. Lo ha fatto nelle scorse ore con la battaglia contro gli assurdi privilegi delle pensioni d’oro, che ha mandato fuori di testa i mestatori grillini la cui tanto decantata trasparenza si è dimostrata degna della Tass di sovietica memoria.

Lo stiamo facendo ora sulla vergognosa vicenda dei Marò, abbandonati in balìa degli umori elettorali dei partiti indiani: ora tutti si accorgono ma per quasi due anni questa battaglia l’abbiamo condotta in beata solitudine.

Così come lo abbiamo fatto poco fa a Brescia ricordando al ministro Kyenge che oltre, e addirittura prima, dei diritti di chiunque arrivi qui da altri continenti a cercar fortuna, un governo dovrebbe tutelare i diritti degli italiani.

Intanto prosegue il percorso per la ricomposizione della diaspora della Destra e insieme il percorso congressuale che sancirà l’evoluzione di Fratelli d’Italia in quella direzione.

Non è più tempo di tatticismi, si avvicinano Europee e amministrative e bisogna fare presto.

Ancora troppi mettono avanti personalismi, timori di confrontarsi senza rendite di posizione e vecchie ruggini ammantandole di sacri principi. Ancora troppi ti dicono “quando fate una cosa più grande, vengo anch’io”: peccato che una cosa più grande si costruisca tutti insieme. È troppo facile, e persino ingiusto, lasciare tutto l’onere sulle spalle dei soliti noti (gli stessi che un anno fa si sono incaricati di salvare la presenza parlamentare della Destra italiana dall’estinzione) salvo poi riservarsi di valutare eventuali approdi se e quando le percentuali consentiranno di ambire a ruoli e prebende.

I territori ci consegnano infatti un messaggio inequivocabile: il passaggio AN-PdL ci ha lasciato molte macerie. Una di queste è il fatto che, venuto meno il cappello comune, ognuno sul territorio si è costruito più o meno paraculescamente i suoi legami trasversali e oggi fa fatica a reciderli per seguire qualcosa che troppi uomini e donne “di destra” sembrano aver perso: identità, coraggio, dignità.

È fin troppo facile stare sulla riva del fiume a criticare tutto e tutti: La Russa potrà sempre essere troppo interista, la Meloni “brava ma troppo romana” e Crosetto troppo fumatore. E qualunque scelta o procedura potrà certamente essere un buon alibi per chi non vuole scegliere.

Queste persone sanno dove trovarci. Intanto noi dedichiamoci a convincere gli elettori, potremo toglierci qualche soddisfazione in più e trovare qualche paraculo di meno.