Vi sono parole che non andrebbero pronunciate. Mai. Nell’antica Roma repubblicana  il termine rex era proibito, vietato. Persino Giulio Cesare preferiva glissare sull’argomento. Ciò nonostante, alle Idi di marzo, ventitrè coltellate spezzarono il suo sogno. Nell’Italia del Terzo millennio, senza pugnali ma solo usando il buon senso e un briciolo d’onestà intellettuale, andrebbe indicato al pubblico ludibrio chiunque evochi o invochi la più terribile delle guerre, la guerra civile.

Mi riferisco, ovviamente, alle esternazioni di Sandro Bondi. Tra un carme e una lirica, il non rimpianto ministro della cultura e aedo permanente del presidente Berlusconi,  ha diffuso una nota strampalata quanto inquietante. Per il Virgilio d’Arcore «o la politica è capace di trovare soluzioni capaci ripristinare un normale equilibrio di poteri dello Stato e nello stesso tempo rendere possibile l’agibilità politica del leader del maggiore partito italiano oppure l’Italia rischia davvero una forma di guerra civile dagli esiti imprevedibili». Bingo.

Ragioniamo. È assolutamente lecito indignarsi per una sentenza giuridicamente discutibile e politicamente devastante; è altresì comprensibile che il gruppo dirigente berlusconiano — una nomenclatura autoreferenziale quanto supina ai desideri del capo —   sia sotto choc e fatichi a trovare una strategia valida. Dopo anni di scricchiolii   (sempre ignorati, sempre negati) la botta è arrivata. Tremenda.

Ciò che non è accettabile è trasformare l’intera vicenda in un “appello alle armi” velleitario, in un’inutile rodomontata. Di tutto quest’Italia lacerata e impoverita ha bisogno, salvo che delle guasconate di Bondi.

In 152 anni d’unità, di guerre civili lo Stivale patrio ne ha conosciute ben tre — il “brigantaggio” post-unitario, la mattanza fratricida ’43-’45, gli anni di piombo — e ancora oggi fatichiamo a comprenderle, a superarle. Regolarmente, anche in questo primo scorcio del nuovo millennio, compaiono i nostalgici dell’odio a ricordare fratture antiche, tragedie e inimicizie. Da qui, purtroppo, l’impossibilità di un patriottismo condiviso e forte e il dramma di un’identità nazionale debole, ma anche il rifiuto e lo scetticismo, sempre più marcati, per le esasperazioni e i toni apocalittici.

Bondi si tranquilizzi, torni a rimeggiare, verseggiare, versificare. Nessuno — tanto meno il cavaliere, per quanto azzoppato sempre il più lucido dei suoi — impugnerà un’arma — nemmeno uno stuzzicadenti — per capovolgere sentenze inique e rilanciare progetti falliti. Sarà compito della Politica e dovere — almeno per il centro destra — di un personale nuovo e credibile, aprire una fase differente.