Da lassù o laggiù (poco importa…) lo spettro di Aldo Moro continua ad agitarsi. A chiedere giustizia, ma soprattutto verità. Una verità che questa democrazia senza qualità continua, pervicacemente, a negare. In primis agli uomini della scorta trucidati in quella fredda mattina del 16 marzo, il giorno del rapimento. Poi a lui, assassinato dalle Brigate Rosse in un angolo della capitale il 9 maggio 1978. E poi, a tutti coloro che si ostinano a a voler capire cosa è veramente successo in via Fani. E perchè il caso Moro rimane ancor oggi un mistero, un enigma. Anche quarant’anni dopo.

Nel tempo sul cadavere del premier democristiano si celebrò una rapida santificazione poi sigillata da una serie di processi con un’unica conclusione con più varianti: Moro, simbolo della DC e mentore del compromesso storico tra cattolici e comunisti, assassinato da una frangia fuori controllo del marxismo italiano. Un marchingegno tutto nostrano che ha che stritolato l’uomo del dialogo tra Dc e Pci, le due forze portanti della repubblica post-fascista e democratica. La vendetta di una setta criminale di massimalisti rossi, assolutamente endogeni, verso lo “stregone bianco” che stava traviando verso il sistema occidentale il “glorioso” partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. Le BR come un pugno di esaltati che uccidono il pifferario magico in nome di una rivoluzione impossibile. Insomma, poca, brutta e sanguinosa roba, simile ai complotti rinascimentali o alle jacqueries dei pezzenti: la congiura dei Pazzi nella Firenze medicea o il linciaggio del Prina nella Milano manzoniana.

Peccato che più di “qualcosa” continui a non tornare, a non convincere. Lo conferma una volta di più il libro di Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò, “Moro il caso non è chiuso”. Un lavoro solido basato sulle carte sino ad oggi quasi inesplorate della Commissione parlamentare Moro 2 di cui Fioroni, politico dem di lungo corso, è stato presidente. Ai documenti, provenienti dagli archivi dei servizi e della polizia e desecretati solo nel 2014, si sono aggiunte centinaia di nuove testimonianze, analisi dei Ris, informative diplomatiche. Il risultato è, come ammette l’autore, “sconcertante”.

Con buona pace della narrazione ufficiale, il rapimento e la morte del politico pugliese debbono essere inquadrate in un contesto internazionale ben più vasto e inquietante. Nei 55 giorni dell’”operazione Fritz” (il termine usato dai brigatisti) una somma di dinamiche micidiali scosse i già precari equilibri della nostra limitata sovranità nazionale: americani e sovietici, tedeschi orientali e jugoslavi, palestinesi ed israeliani e, come è noto, settori del Vaticano. A pochi interessava la salvezza di Moro, a tutti interessavano i verbali del “processo” e le lettere che uscivano dalla c.d “prigione del popolo”.

Un ginepraio di pressioni, ricatti, offerte, mediazioni, minacce in cui compaiono e scompaiono giornalisti, malavitosi, preti, trafficanti d’armi, banchieri, spie d’ogni bandiera e fede. Nulla è come sembra o dovrebbe sembrare. Alla luce della documentazione emersa la Commissione ha smantellato la versione ufficiale — un indicibile compromesso processuale tra imputati e Stato — e fissato alcuni punti fermi. Qualche esempio. È stata accertata la presenza sul luogo dell’agguato di due terroristi tedeschi della Raf e di certo i brigatisti si sono appoggiati su basi di proprietà dello Ior, la banca vaticana, e avevano contatti con agenti del blocco sovietico e i gruppi palestinesi. E ancora, è impossibile che Moro sia stato assassinato nel garage di via Montalcini mentre è sicuro che “qualcuno” abbia fornito alla banda Moretti i riservatissimi incartamenti su Gladio, la struttura top secret della Nato. Da qui la spasmodica caccia alle Br del generale Dalla Chiesa sino alla scoperta dei covi di Milano e Genova, due “isole del tesoro” zeppe di segreti ancora da indagare…

Un gioco di specchi su cui si è costruita una verità giudiziaria simile ad “un abito su misura”. Una soluzione di mediazione immaginata negli anni Ottanta proprio dai quei vertici democristiani (Andreotti, Cossiga, Zaccagnini, Piccoli…) che non seppero o non vollero salvare il loro mentore. Al parricidio si sommò l’ennesima viltà. Moro lo prevedeva. A tutti loro, dalla sua prigione, scrisse «Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti». Una maledizione più che un commiato.

 

 

 

 

Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò

MORO, IL CASO NON È CHIUSO

Lindau, 2018 Torino

Ppgg. 265 euro 18.00