Legittimo ma inaccettabile è l’appello di Berlusconi “Scriviamo il programma”. Un quadretto sconfortante, una prospettiva tutt’altro che esaltante. Berlusconi non riesce a comprendere il mutamento radicale del clima politico, è rimasto e vuole rimanere il “padrone delle ferriere”, che lancia, dopo le fallimentari prove di questi anni, indimenticabile ed incancellabile il “patto del Nazareno”, un “manifesto di arruolamento alle armi” classista, monocorde e monotono.

L’elettorato non è costituito soltanto dai rappresentanti delle categorie imprenditoriali e di alcune professioni, ma di esso fanno parte integrante i tanti elettori (disoccupati, sottoccupati, giovani in cerca di lavoro, insegnanti, pensionati, casalinghe ), lontani dai centri decisionali ed operativi, comunque il 4 dicembre decisivi per la cacciata del toscano.

I programmi non si tracciano e non si delineano nel chiuso di palazzo Grazioli e non sono il frutto di “un lavoro sotto traccia e [del] dialogo con il mondo produttivo ma di indagini e di analisi molto più dense, più varie e principalmente più articolate nei confronti della società e delle sue componenti di ogni settore e di ogni età.

Nell’articolo del foglio di famiglia si parla di “un lavoro di ricucitura con un elettorato con cui da sempre esiste un canale di dialogo preferenziale”.

Ora Berlusconi o chi per lui gareggerà nel 2018 non deve possedere “canali preferenziali” ma aprirsi, conoscere e curare i problemi di tutti, donne ed uomini, anziani e giovani. L’autocrate si è poi interrogato nel compiere questo “lavoro di ricucitura” sulle scelte fatte in questi anni da tanti milioni di elettori, infastiditi sulle candidature a Roma dell’inconsistente Marchini o a Milano del presuntuoso Parisi e consapevoli dei fortunosi successi, raggiunti grazie ai dissensi interni della sinistra, nella Regione Liguria e al Comune di Venezia?

Grave e sintomatica della errata linea è l’ammissione “di avere faccia a faccia con tutte le categorie imprenditoriali” fino al fatale e fatidico 4 dicembre simpatizzanti per il toscano grazie alla politica dei “voucher” e dello Jobs Act, costato all’erario e quindi ai cittadini una somma rimasta imprecisata e vaga.

Avrà imparato a conoscere gli uomini in politica, specie quelli più giovani e rampanti, dai quali è necessario attendere o meglio pretendere impegni di serietà e coerenza di contegno e di comportamenti?

Ora si attende che Berlusconi o i “sergenti di giornata” Romani e Schifani richiamino nei ranghi la Meloni e Salvini, dalla troppo prolungata “libera uscita” per condurli a riconoscere – cosa improba e innaturale per loro – “nelle professioni la spina dorsale del Paese” e ad appoggiare con i voti – altra cosa assurda, incomprensibile ed in primo luogo inaccettabile – “chi si trova quotidianamente a scontrarsi con la burocrazia” e “non disdegnerebbe l’impegno in prima persona”.

Sulla incursione in politica estera di Salvini, Polito ha rilevato lo “sconcerto” dei sovranisti nostrani, che in considerazione dell’etichetta assunta dovrebbero rimanere equidistanti, di fronte ai drammatici eventi siriani, citando il verso delle “Georgiche” “si parva licet componere magnis”, da modificare, visto il soggetto cui si riferisce, in “si minima licet”.