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Hotel Marriott, albergone pretenzioso della semiperiferia milanese. Qui, ieri sera, si è consumato l’ultimo atto della lunga parabola del vecchio centrodestra meneghino. Mentre gli schermi scandivano con puntualità i numeri della sconfitta di Stefano Parisi, ciò che restava del caravanserraglio berlusconian-destroso evaporava mestamente. Scivolando tra i tendaggi e le televisioni una folla di trombati dal volto cupo si spostava verso il bar per poi guadagnare l’uscita liberatoria, lasciando in sala solo un pugno d’irriducibili che blateravano di improbabili rivincite, fedelissimi smarriti, qualche giornalista e i pochi eletti. Uno spettacolo malinconico e, a suo modo, suggestivo.

Sullo sfondo e nell’aria tanti veleni e rancori, molte accuse intrecciate (chi ha fallito? I partiti oppure il candidato….), poche analisi e nessuna convincente. Nulla di strano, l’acciaccata carovana non è abituata ad interrogarsi, a pensare, a riflettere. Troppo difficile. L’unico a ragionare un po’ di politica è stato Parisi, ormai convinto del suo ruolo di novello leader di un’ipotetica “cosa” centrista e postberlusconiana.

Al netto delle ambizioni o/e delle illusioni del mancato sindaco, la questione è però ben più intricata e complessa. La sconfitta del 19 giugno 2016 ha radici lontane e mai veramente indagate. Per capire qualcosa bisogna tornare a cinque anni fa, quando il modesto Pisapia smontò in una notte il castello di Letizia Moratti e archiviò 15 anni di governo del centrodestra.

Una botta tremenda che però il centrodestra milanese non ha mai voluto analizzare, studiare e capire. Invece di aprire una fase di profonda autocritica sugli errori commessi e ipotizzare un percorso innovativo, i gruppi dirigenti locali — approfittando del progressivo appannamento del cavaliere — hanno preferito rinchiudersi in una bolla autoreferenziale e meramente conservativa, smarrendo man mano il contatto con la metropoli. Così, mentre si innalzavano grattacieli, si aprivano nuovi quartieri serviti da moderne linee metropolitane e si inaugurava l’expò (tutti progetti delle giunte Albertini e Moratti), i vecchi cammelli trascorrevano il loro tempo in piccoli giochetti interni o in tribunale (vedi il caso della sanità regionale…), oppure in stravaganti manifestazioni in difesa dei pistoleri di periferia, dei presepi nelle scuole e altre stramberie.

Non a caso all’apprestarsi delle elezioni nel centrodestra non vi era un nome credibile e un programma minimo per la città. Fortunosamente l’intuito (e i denari) del vecchio sultano di Arcore convinsero un restio Parisi a candidarsi per palazzo Marino, rivitalizzando così la vecchia compagnia e, miracolosamente, una parte dell’elettorato tradizionale. Fu una scelta giusta? Sì e no.

A differenza dei suoi stanchi sponsor, Mister Chili ha avuto una capacità di visione sulla città — nonostante Pisapia, Milano funziona ed è ben lontana dalla rabbia diffusa di Roma e Napoli — immaginando un piano strategico metropolitano di livello. Mentre i destrosi inseguivano pensionati e massaie ai mercati e sventolavano tricolori in Galleria, Parisi delineava un progetto di smart city plurale, adeguato ai tempi della sharing economy e si confrontava positivamente con le forze dinamiche. Un attivismo che ha presto impensierito l’opaco Beppe Sala costringendolo alla rincorsa.

Al tempo stesso, Parisi non ha convinto una parte importante (e decisiva) dell’elettorato di riferimento. La sua narrazione è sembrata a molti una replica non originale del candidato della sinistra: stesse origini, stesse carriere, stessi linguaggi. Il tutto aggravato da una perniciosa e insopportabile chiusura a destra. L’ostilità manifestata verso la lista Mardegan — tutt’altro che estremista, basta conoscere Niccolò… —, la violenza verbale verso storie e vicende “non conformi” hanno finito per pesare sul verdetto finale.

Risultato? Il risultato di Sala a Milano è un’illusione ottica che non sposta di un millimetro il grave problema generale di Renzi e del PD: ottobre si avvicina e con esso il fatidico referendum. Dietro la porta vi sono la sconfitta del bugiardissimo, un governo tecnico (Draghi?) ed elezioni anticipate. Con l’Italicum. Considerati gli esiti delle amministrative, una strada tutta in discesa per i pentastellati. E il centrodestra? A Milano, dove tutto ebbe inizio, è defunto. Prima di rincominciare a sperare (e forse ricostruire) bisogna seppellire i morti e sgombrare le rovine. Poi vedremo.