L’ultima trovata ad effetto (scarso) di Matteo Salvini si chiama “grande federazione del centrodestra”. Rimasto politicamente insabbiato dopo la sconclusionata, e per certi versi ancora inspiegabile, scelta di far saltare il governo giallo verde rimanendo col cerino in mano, il presunto “capitano” prova a modificare i toni senza riuscire a modificare l’inconsistenza delle sue scelte politiche.

Pressato dagli insuccessi e dalla componente “moderata” del suo partito, ben impersonata dal trasversale e felpato Giorgetti, per uscire dall’angolo Salvini ha dismesso felpe, ruspe, toni da descamisado e slogan minacciosi indossando panni più tranquilli e rassicuranti.

Nella sostanza, però, il risultato non è molto diverso dal solito: tra piroette dialettiche e slogan ad effetto per soddisfare la necessità di visibilità mediatica resta ben evidente la mancanza di contenuti politici seri e di punti di riferimento culturali.

Con grande disinvoltura e spregiudicatezza (che in politica sono una dote ma spesso anche un’arma a doppio taglio) Salvini lancia l’idea di “federare” il centrodestra come qualche tempo fa avrebbe postato sui social una foto di una salsiccia con la polenta.

“Avanti verso una grande federazione del centrodestra, uniti si vince e si aiuta l’Italia. Superiamo distanze e mettiamo insieme idee e valori, per fare tutti insieme il bene del Paese”, declama il leader della Lega senza che, al di là dei paroloni roboanti e un po’ retorici, si comprenda cosa voglia fare concretamente.

Per saperlo bisognerebbe capire, prima di tutto, cosa c’è da federare, ammesso che ci sia qualcosa.

Il cosiddetto centrodestra ha esaurito da anni la sua funzione e come progetto politico non esiste più da molto tempo, fallito sotto il peso dei propri limiti e dei propri errori che hanno contribuito a generare la palude malsana in cui ci stiamo dibattendo.

Quello che è sopravvissuto è solo un consorzio elettorale, un’associazione temporanea di interessi contingenti che si attiva al momento delle elezioni essenzialmente per motivi di aritmetica e di convenienze, avendo in comune solo l’avversario (e forse nemmeno detto quello, vista la ben nota attrazione di FI per l’area governativa).

Per il resto i tre consorziati principali se ne vanno ognuno per conto proprio, spesso guardandosi in cagnesco come certe vecchie copie di coniugi che non si sopportano più ma restano insieme perché non sanno dove andare.

Forza Italia, cioè i rimasugli del berlusconismo, impegnata nella difesa degli interessi aziendali e appiattita su un europeismo acritico e caricaturale identico a quello del PD e dei vari Calenda, Renzi & C. che infatti non vedono l’ora di accoglierla a braccia aperte come stampella di lusso scordandosi il passato, come dice la famosa canzone napoletana.

La Lega che oscilla tra velleità di rivolta (ma solo a parole) e necessità di rassicurare la propria base elettorale e i gruppi sociali di riferimento senza avere un programma politico chiaro e definito nè l’idea di come realizzarlo, né quadri per realizzarlo.

La Meloni e i suoi fratellini che non vanno oltre gli slogan e l’inevitabile miscuglio di persone e idee eterogenee ficcate in un unico contenitore tenuto insieme dalla visibilità mediatica della leader più che da una coerente strategia o dalle effettive capacità politiche.

Basta guardare l’inconciliabilità delle diverse posizioni sui temi economici: Forza Italia, con colossi del pensiero del calibro di Brunetta e della Carfagna, appiattita sul MES e sulla più scontata e retorica narrazione europeista; la Lega fortemente anti MES e giustamente scettica sul Recovery Fund, ma da sempre intrisa di liberismo ed europeismo da un tanto al kilo e mai seriamente convinta della scelta “sovranista”; la Meloni contraria al MES ma favorevole al Recovery Fund (che per 120 degli ipotetici 200 miliardi attesi non è altro che il MES con un altro nome) che non perde occasione di ripetere in televisione la tiritera del debito pubblico come fardello sulle spalle di figli e nipoti, cioè uno dei peggiori luoghi comuni europeisti-liberisti, senza che nessuno sia stato capace di spiegarle cos’è e come funziona il debito sovrano degli stati e senza essersi nemmeno resa conto che persino insospettabili rigoristi sul punto stanno cominciando a cambiare idea spinti dall’evoluzione dei fatti.

Il tutto con i tre partiti che al Parlamento Europeo fanno parte di tre gruppi diversi e sostanzialmente contrapposti.

Che cosa vorrebbe federare, quindi, Salvini? Tre posizioni diverse espressione di interessi diversi e spesso inconciliabili senza nemmeno essersi posto il problema di trovare una piattaforma comune e condivisa sui temi più importanti?

Non a caso la proposta, ammesso che la si possa definire tale, ha trovato il gelo e ben difficilmente avrà sviluppi. Poco male, perché così com’è più che una idea politica è una trovata mediatica, una delle tante, utile solo a conquistare un po’ di spazio sui media e sui social, ennesima espressione della banale strategia da influencer che caratterizza da tempo l’azione politica del duo Salvini-Meloni, impegnati soprattutto a conquistare visibilità per smuovere i numeri virtuali dei sondaggi nella convinzione che questi possano ridefinire i rapporti di forza e trasformarsi automaticamente in vero consenso elettorale.

Una convinzione che fatica a trovare conferma nei fatti e nei numeri: l’area del cosiddetto centrodestra resta ferma in termini percentuali al 45%/47% dei sondaggi più favorevoli mentre al suo interno i consensi virtuali rimbalzano da uno all’altro dei contendenti a seconda del momento: prima da FI alla Lega, poi dalla Lega a FDI senza però crescere in termini assoluti, cioè senza allargare il consenso in termini reali. Una vasta parte dell’elettorato di destra e centro destra continua a non riconoscersi nella superficiale proposta politica apparecchiata dai leader e ne resta fuori, alimentando la massa degli astenuti che negli ultimi anni è sempre stata tra il 40% e il 50% degli elettori.

Basti pensare, tanto per fare un esempio, che nel 2016 alle elezioni comunali di Milano Beppe Sala (poi rivelatosi un pessimo sindaco) fu eletto con soli 224.156 voti, molti meno dei 273.401 raccolti da Letizia Moratti quando fu sconfitta da Giuliano Pisapia.

Dove sono andati a finire gli elettori del centro destra che continuano a mancare all’appello? Perché non sono più tornati alla base?

La risposta non può che stare nella qualità della proposta politica, ma a quanto pare la questione non interessa a chi tra tweet, like e selfie è impegnato ad applicare alla politica i metodi della Ferragni.