Le piazze, come venivano intese una volta, non vanno più di moda. Ci si ritrova di rado. Più comoda ed efficace la  piazza virtuale, che ha superato di gran lunga anche quella mediatica e televisiva un  tempo in voga, e nella quale ci si dà appuntamento ogni giorno. Eppure in piazza il Centrodestra, per quanto malmesso, c’è andato. Con tanti mal di pancia e molti “non detto” dai leader che continuano a guardarsi con diffidenza, fingendo di amarsi in vista delle prossime scadenze elettorali regionali. È propaganda, tutto si confonde, tutto si tiene. La politica è un’altra cosa. E la piazza di questi tempi non è il luogo più adatto per elaborare strategie, lanciare messaggi impegnativi, proporre idee che possano valere per una lunga stagione che arrivi almeno fino alle prossimi elezioni politiche. È per questo che duecentomila persone a San Giovanni non possono impressionare più di tanto. Ne abbiamo viste un milione e più anni fa, al tempo del Centrodestra trionfante e di governo, e non ci siamo lasciati contagiare dall’entusiasmo.  Valeva quella quel che valeva; come questa salviniana, e neppure lontanamente berlusconiana o meloniana, vale come  una presenza o poco più; forse una testimonianza. Non è stata neppure l’occasione per rimettere a posto atteggiamenti piuttosto contraddittori; di idee neppure l’ombra.

Ci saremmo aspettati tuttavia che Salvini spiegasse al “suo” popolo perché ha fatto un governo con chi sapeva che non gli avrebbe consentito di svolgere a pieno il mandato conferitogli dagli elettori. Avremmo voluto sapere perché nel maggio dello scorso anno si mise con i “nemici” che aveva duramente combattuto durante la campagna elettorale tradendo i suoi alleati tradizionali. Sarebbe stato utile che ci rivelasse il motivo della rottura di agosto grazie al quale ha fatto diventare uno statista Conte, un demiurgo Renzi, un compagno di merende grilline Zingaretti, e ridato centralità al Pd che vivacchiava tra rancori e rimpianti. Lui, il leader del Centrodestra, è rimasto con il cerino in mano pietendo perfino la presidenza della Consiglio per Di Maio pur di non essere sfrattato  dal Viminale.

I comizi – almeno una volta – servivano per chiarire e chiarimenti, sabato scorso, non ne abbiamo avuti; per lanciare campagne impegnative, e non ci sembra che sia stato il caso del raduno di San Giovanni; per mobilitare una parte di elettorato che di tutto ha bisogno, come asseverano i sondaggi, tranne che di essere mobilitato. Salvini e soci hanno una gran fortuna: il Centrodestra politicamente è moribondo, ma può contare su un elettorato che certamente oggi vincerebbe a man bassa.

Paradossale quanto si vuole, questa è la realtà. Quanto al resto, diciamolo con franchezza, è un pianto. Tre partiti divisi su tutto; tre leader che non si “prendono”; due di loro svolgono una funzione meramente ancillare nei confronti  di Salvini che officia da vecchio padano dalle parte dei Sette Colli. Come potrebbe venir fuori un’idea da trasformare in programma politico da una compagine di questo genere?

E infatti sfidiamo chiunque a dirci quali sono state le novità venute fuori dal comizio dei tre tenori. Uno  chiede meno tasse e se la prende con i comunisti grillini; un’altra rispolvera “Dio Patria Famiglia”, come se qualcuno se lo fosse dimenticato; il mattatore promette di prendersi tutto il potere che gli è stato tolto in tempi verosimilmente brevi cominciando dall’Umbria. Stato, società economia, corpi intermedi, tenuta pubblica e sviluppo? Robetta da dimenticare, da lasciare ingrigire fino a quando il Centrodestra salviniano non si riprenderà Palazzo Chigi.

Insomma, questo  Centrodestra, che grida più degli altri, che proprio non ce la fa ad essere gentile, comprensivo, solidale, ad offrire una visione comune dell’Italia, dell’Europa, del Mondo in qual modo intende rapportarsi alle grandi questioni che ci tengono in apprensione, dalla crisi demografica allo scollamento sociale, dall’emergenza climatica ai rapporti mediterranei, dall’incontro con le culture “altre” alla difesa continentale ed al neo-colonialismo che punta l’Europa senza alcun pudore? Su questo interrogativo franano le nostre speranze.

L’alleanza è una cosa: la si può mettere insieme in poche ore, basta sapere cosa scriverci e persino in un “contratto”. La strategia, soprattutto se ambiziosa o a lungo termine, a cominciare dalle grandi riforme, quella della Costituzione per esempio che aspetta da decenni, non s’improvvisa. Ci rendiamo conto che l’impresa è improba. Destinata probabilmente al fallimento. Meglio una manifestazione propagandistica.

Eppure ad una sinistra rabberciata, confusa, contraddittoria, indigesta perfino a se stessa non si possono contrapporre parole d’ordine stantie se s’intende governare il Paese. O tirar fuori comiche formulette che dovrebbero rassicurare almeno nel cortile di Palazzo Grazioli: avvicinare la Lega al Ppe… È il punto più alto della speculazione filosofica e politologica forzista, mentre berlusconiani d’antan fanno le valigie per raggiungere Renzi o lo stesso Salvini. Disperazione, noia, assenza di prospettive?

Ecco, questo è il punto. Ad un certo momento della sua storia la vecchia Destra si pose il problema del “che fare”. I giovani “colonnelli” erano poco più che ragazzi. Ma Almirante, Romualdi  e i loro collaboratori si posero il problema di passare finalmente dalla protesta alla proposta, pena l’estinzione. E nacque alla fine degli anni Ottanta, non a Fiuggi nel 1995,  la “destra di governo”. Fu un percorso duro, difficile, accidentato, pieno d’insidie, ma il risultato che la Destra nazionale poi colse è storicamente fissato nella storia politica nazionale. E chi fa dell’ironia anche sulla “svolta” crediamo che non abbia ancora metabolizzato quel passaggio che poi, ne conveniamo, fu gestito assai male.

Ricordiamo questo frammento della storia della Destra perché ci illudiamo ancora che una Destra vera (la quale con il partito di Salvini non ha niente a che vedere, come non ce l’ha con quello di Berlusconi) possa riformarsi se non nelle strutture e nelle dimensioni dell’altra Destra, nella cultura che dovrebbe ispirarla e consapevolmente sedersi al tavolo con chiunque possa condividere un progetto di “salute pubblica” repubblicana. Abbandonando tanto le ubbie sovraniste (non ne parla più nessuno) quanto  la “pesca delle occasioni”. Sarebbe un bel vedere. E, a dirla tutta, ci piacerebbe molto di più assistere alla polverosa seduta di un Comitato Centrale d’altri tempi o ad un Congresso sanguigno, con tanto di umori devastanti piuttosto che ad una scampagnata dove si tiene il Concertone  del primo maggio. I luoghi delle idee, degli scontri e degli incontri, degli odi che si ricompongono e magari delle incomprensioni che si stemperano è quello che auguriamo alla Destra del domani. Che poi vada con chi vuole. Dipende da variabili che non possiamo prevedere.

(da Il Dubbio)