Non ho un ricordo piacevole della mia prima comunione. Il padre domenicano che ci faceva catechismo, nei suoi incontri settimanali, si raccomandava sempre molto che noi bambini no facessimo peccato con opere, pensieri ed omissioni. Quel giorno in chiesa, quando ricevetti l’ostia consacrata per la prima volta, accadde che mi si appiccicò subito sul palato e cercai di staccarla invano con la lingua. Mi venne subito in mente una parolaccia, la respinsi, ma ormai l’avevo pensata. Avevo fatto ben due cose che non si devono fare ed in più omisi di raccontarlo. Passai tutta la giornata di festa con un po’ di magone ; era arrivata a trovarmi perfino la zia di Roma che mi disse . “Sei proprio un bravo bambino !” Avrei voluto risponderle :” Non sai quanto stai sbagliando” , ma ammiccai solo un mezzo sorriso.

A quei tempi al catechismo ci avevano ben inculcato il valore dell’esame di coscienza, il senso del peccato, dell’espiazione. Quando ci si confessava, dopo l’oratorio, poi tra bambini si faceva a gara a chi avesse avuto meno atti di dolore o avemaria da recitare come penitenza. Più di trent’anni fa , il giorno prima del matrimonio , io e la mia futura ed attuale moglie, dovemmo confessarci. A me seccava raccontare i fatti miei ad un estraneo, tanto è vero che da allora non l’ho più fatto, ma il significato di quel sacramento risiede nel concetto di umiltà che vi è insito. Una volta il catechismo era qualcosa di importante nella formazione di un preadolescente, non una pausa tra la lezione di nuoto e un’ora di calcetto. Gli insegnamenti del catechismo costituivano una specie di ideologia primaria con cui affrontare la vita.

Poi negli anni 70 con la contestazione, arrivò un’altra ideologia che affermava che “la proprietà è un furto”, “il padrone è un nemico di classe”, “è giusto ciò che è utile al partito, il resto no”. Chi aveva assimilato i princìpi del catechismo, anche senza essere praticante, aveva in dotazione gli anticorpi per respingere questa ideologia. Naturalmente poi occorreva anche il coraggio. Manzoni e Guareschi, narrandoci le vicende , riprese dalla realtà, di don Abbondio e don Camillo, ci spiegarono che anche quello del prete è un mestiere che non è scevro da pericoli, per cui occorre carattere e saper ogni tanto dire dei no.

In questi giorni è stato intervistato il parroco che ha celebrato il tanto discusso funerale del padrino dei Casamonica. Il prete è stato accusato di eccessiva accondiscendenza nei confronti della sfacciata esibizione di atteggiamenti e ritualità mafiose. A sua discolpa, il curato ha affermato che li conosceva da tempo e che aveva già celebrato per loro battesimi e matrimoni. Ora, abbiamo detto che prima del matrimonio occorre il sacramento della confessione, ripeto , il sacramento. Io non credo che quel rito sia come un metal detector spento che ci passi solo attraverso. Credo che se la confessione ha un suo significato, debba portare al ravvedimento chi la affronta.

Ma persone che vivono ai margini della legalità, se non addirittura fuori, e se ne vantano con l’ostentazione dei proventi dei loro traffici, possono ottenere l’assoluzione? O viviamo in una società , complice la Chiesa, in cui il perdono è sempre a prescindere? E quei matrimoni si potevano dunque celebrare? Se poi penso che ad una mia parente prossima è stato negato il ruolo di madrina al battesimo di mia figlia in quanto separata, mi vengono sì cattivi pensieri.

Raffrontando i due casi , mi sembra che la Chiesa talvolta si comporti come una qualsiasi Agenzia delle Entrate, che volge lo sguardo altrove quando si tratta di accertare le fortune accumulate da malavitosi e si accanisce invece sui piccoli imprenditori quando arrancano per pagare qualche tassa arretrata. Lo stesso parroco romano nella continuazione dell’intervista, per chiarire che non c’erano state pressioni economiche per far svolgere la cerimonia , aggiungeva che al termine del funerale, gli era stata lasciata una busta con soli 50 euro come offerta , forse quelli avanzati dal pieno dell’elicottero.

Al di là del commento che se uno cafone è, cafone rimane, il parroco, conoscendo la disponibilità della famiglia dei Casamonica ed avendola potuta accertare durante la funzione, avrebbe dovuto rifiutare, per dignità sua e della Chiesa che rappresenta, tale somma in quanto offensiva e provocatoria. Ma il “coraggio se uno non ce l’ha, non se lo può dare “, diceva il Manzoni.

Oggi in questa società manca il senso del ravvedimento e dell’espiazione. Il pentimento viene concepito come strumento per ottenere uno sconto di pena o il perdono, non come ammissione sincera della colpa, per impedire ad altri di commettere gli stessi errori. Non mi è mai capitato di vedere un condannato ad un crimine efferato che affermasse pubblicamente di volere espiare tutta la pena, anche a costo di passare il resto della vita in cella. Non mi è nemmeno più banalmente successo di assistere ad un concerto rock in cui una star, prima di iniziare l’esibizione, abbia detto ai suoi fan : “Non drogatevi come ho fatto io “, anche se ciò avrebbe provocato una prevedibile compromissione della propria immagine ben remunerata di ribelle.

Credo che oggi la Chiesa debba tornare a dire dei no, ma di quelli scomodi. Perché ad inseguire le banalità del buonismo, quello delle opinioni facili, scontate, prevedibili, basta qualche rapper di successo, un grillino di primo pelo, una Boldrini qualsiasi. Invece occorre dire dei ”no“ forti, scorretti, antipatici : per esempio difendere con forza la famiglia tradizionale, anteporre con decisione la tutela della vita in ogni sua forma, umana ed anche animale ( vero don Mazzi ?), parlare dei cristiani decimati sulle coste libiche mentre i soli musulmani vengono stivati nei barconi per andare a destabilizzare la nostra civiltà.

E’ tutto così ovvio … Ridateci i padre Pio o i don Albino Luciani, uomini schivi, semplici, capaci di dire dei no.