Adesso che siamo passati dal Governo Conte al Conte 2, è bene fare un’analisi sul c.d sovranismo, non ancora un’ideologia e nemmeno un pensiero compiuto e articolato, ma un’aspirazione, un sentimento a volte contraddittorio e spesso (purtroppo) debole, incapace di fare sintesi. Finora, tra le forze politiche rappresentate in Parlamento, si era soliti individuare come “sovranisti” e “populisti”, tre soggetti: Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle. Ma nel giro di qualche mese il movimento grillno si è trasformato da “euroscettico” a “euromaniaco”; da anti-establishment ad alleato del Pd, partito maggiormente servo delle oligarchie tecno-finanziarie globaliste. Ergo, adesso sappiamo che, rappresentate in Parlamento, due sono le forze che si vogliono sovraniste: Lega e FdI. Fuori dal Palazzo, ci sono poi altri soggetti “diversamente sovranisti”, come CasaPound, Forza Nuova e, a sinistra, il Partito comunista di Rizzo. È perciò utile capire cos’è (o cosa vorrebbe essere) questo sovranismo, sul piano emozionale, politico e culturale.

Avversato ferocemente dal Centrosinistra (ma anche da settori moderati del versante opposto), il sovranismo viene per lo più accostato al nazionalismo, al razzismo e alla xenofobia. In realtà, non è esattamente una riedizione 2.0 del vecchio nazionalismo. Casomai potrebbe teoricamente evolversi (o degenerare) in neonazionalismo, ma non è un automatismo. Storicamente il nazionalismo ha avuto molteplici declinazioni: sciovinista e xenofobo, ma anche romantico e “difensivista”; si pensi a Barres, Maurras di fronte a Peguy, oppure al super imperialista Corradini contraposto ad Pascoli interventista in Libia ( “la grande proletaria si è mossa”). Non si può negare al nazionalismo, valori, pregi e virtù. Nelle sue versioni degenerate, è scaduto in derive e conseguenze, in parte negative. Ad ogni modo sembra essere un’ideologia “superata”, non applicabile alle esigenze contemporanee, sebbene resti una preziosa fonte da cui attingere per trarre spunti ideali per le sfide future.

In realtà le due idee sono assai diverse. Il nazionalismo sorgeva in un contesto storico nel quale “le nazioni” erano delle realtà tangibili; il nazionalismo ne era una conseguenza, una sua estensione, e nei casi peggiori, una degradazione. I nazionalismi, spesso, si sono tra loro guerreggiati, con note conseguenze drammatiche. Forse erano fatti “ineludibili”, ma parte del nazionalismo nasceva dalla pretesa che la propria nazione fosse storicamente, culturalmente, spiritualmente superiore alle altre; presunzione che almeno sul piano teorico tutte le nazioni e tutti i relativi popoli possono avere. E in nome di quest’ostentata “superiorità”, si pretendeva dominare “il nemico”, e si reclamavano espansioni territoriali, e dominazioni coloniali.

Le civiltà più avanzate (secondo il proprio convincimento e metro arbitrariamente soggettivo), assoggettavano quelle “inferiori”. Quest’approccio generalmente ha finito per avvantaggiare le nazioni più ricche, che misuravano la propria “superiorità” con la capacità economica e produttiva, con la dinamicità tecnica e il benessere materiale.

È esistito anche un nazionalismo-colonialismo dei popoli “più poveri”, in guerra rivoluzionaria contro le potenze definite “plutocratiche”: il fascismo italiano ne fu un esempio vitale. Ma difficilmente i poveri, in guerra contro i ricchi, hanno molte possibilità di vittoria, perché, chi possiede il potere economico-finanziario, detiene anche il dominio tecno-militare. È vero però anche che il nazionalismo e i diversi colonialismi europei, storicamente hanno prodotto effettive forme di progresso sociale e civile di popoli arretrati, e certamente con la fine del colonialismo europeo, si è venuto a formare una nuova forma di imperialismo, quello della globalizzazione capitalista, e gli effetti sono stati molto più destabilizzanti di quanto non lo fossero quelli dell’influenza europea.

Un acuto intellettuale monarchico e conservatore di destra come Giovannino Guareschi, lo aveva intuito decenni fa e lo aveva denunciato con la sua arguta satira; ne è una testimonianza, il cine-documentario “La Rabbia” del 1963, che Guareschi firmò assieme al marxista eretico Pier Paolo Pasolini: quest’ultimo girò la prima parte come punto di vista “di sinistra”, mentre l’ideatore di Don Camillo, curò la seconda parte come punto di vista “di destra”. In quel montaggio di riprese cine-giornalistiche adornate da commenti sonori, c’èra già in un misto di divertente satira e commovente drammaticità, il preannuncio della decadenza dell’Europa e il sorgere del nuovo male mondiale modernista, sulle ali della tecnica e della finanza. È quella che oggi chiamiamo: globalizzazione, ed è questa la nuova minaccia alle libertà e ai valori irrinunciabili della vita e della tradizione, ed è come reazione alla globalizzazione che sorge e s’intensifica il sentimento sovranista.

Ma chi lo confonde come un’involuzione al nazionalismo, sbaglia. Il nazionalismo fu una visione retorica della propria nazione in guerra con le altre nazioni. Il sovranismo non è in guerra con il sovranismo altrui: non sono le altre nazioni o gli altri popoli i nemici, bensì il principio di negazione al diritto di nazioni e popoli nella loro plurale convivenza pacifica. Il nazionalismo è stato spesso un atteggiamento offensivo, aggressivo, di espansione territoriale e coloniale. Il sovranismo è una visione difensiva, che non agisce in un contesto di Stato-nazione vigente, bensì, in una fase di assenza o quantomeno, d’indebolimento e dissolvimento dello Stato-nazione, fagocitato dalla nuova entità euromondialista. Non si tratta di estendere la nazione, quanto di restaurare una nazione che non esiste più o c’è solo in senso molto relativo.

Il sovranismo (in teoria) è un’idea e un sentimento che si oppone al trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale a un piano superiore, sovrannazionale e internazionale, vissuto come un processo che indebolisce e frammenta l’identità del popolo-nazione, e sottrae autorità alla democrazia. Potrebbe (sempre in teoria) essere un modo credibile per arginare gli eccessi del capitalismo, poiché una rete economico-finanziaria globale è una forza inarrestabile contro la quale, le singole nazioni non possono far nulla, se non soccombere. Restituendo all’economia una dimensione nazionale, lo Stato può “bilanciare”, senza per questo prevaricare, la dimensione economica nazionale.

Su queste basi la confusa nebulosa che si agita in Europa potrebbe diventare un principio di difesa degli interessi economici nazionali e dell’identità storica del popolo. Ovviamente il sovranismo può essere sciorinato in diverse gradazioni, sfumature, sensibilità. Se in linea di principio il sovranismo tende a essere genericamente protezionista e isolazionista, non significa necessariamente che debba condurre all’autarchia (dato impossibile persino per la Corea del Nord). Per quel che riguarda l’Italia e il suo rapporto con l’Ue, il sovranismo può convivere con l’europeismo e cercare di cambiare l’Ue dall’interno, chiedendo nuove regole: un progetto di rifondazione del complesso continentale, intesa come confederazione di Stati nazionali in senso gollista. Oppure può avere un carattere più radicale (e velleitario) annunciando un improbabilissimo ripristino pieno della sovranità nazionale, democratico – popolare e monetaria: uscire quindi dalla moneta unica e ripristinare lo Stato-nazione (processo molto, molto complesso, vedi brexit…).

All’ora presente il c.d sovranismo è forse potenzialmente la più interessante suggestione politica contemporanea, erede del nazionalismo ma non una sua replica; può essere la sua evoluzione, conservandone idee e valori, ma senza inutili nostalgie. Sul versante politico, i punti di riferimento sono molteplici e spesso confusi. Le reazioni globaliste sono feroci ma i protagonisti politici (da Roma a Vienna, da Atene a Copenhaghen) sono raramente all’altezza della situazione. Come conferma, dopo le elezioni europee, l’irrilevanza dei partiti anti sistema (Lega in primis) a Strasburgo e Bruxelles.

Il futuro richiederà visioni politiche e culturali molto più lungimiranti. E perché un così arduo risultato possa essere raggiunto, è strettamente necessario che la politica sia guidata da un ceto culturale e intellettuale che per adesso esita a emergere, se si eccettua il miscuglio radical-chic da una parte del tutto allineato al potere attuale, e una sparuta (sebbene, per fortuna, in crescita) élite di menti fini sulla “riva destra”, troppo spesso ignorata dalla politica.