Era un “matrimonio” che non si doveva fare. Lo sapevano tutti, perfino gli interessati. Ed erano consapevoli che in breve tempo si sarebbe consumato dopo aver fatto male a loro stessi e al Paese. Ma i Cinque Stelle e la Lega non vollero sentire ragioni. Ritenevano, contro ogni ragionevole dubbio, che l’esperienza, per quanto eccentrica, avrebbe fatto bene alla politica italiana. Di null’altro si aveva bisogno se non del “cambiamento”. Di che genere si dimenticarono di esplicitarlo. O forse noi non lo capimmo.

Compresero tutti, però, che si trattava di un matrimonio d’interesse suggellato da un “contratto” addirittura, cosa mai vista in politica. E se gli uni avevano in animo di accentuare la loro piccola e velleitaria “guerra” contro l’Europa, l’immigrazione, il centralismo a favore dell’autonomia e dunque della disunità nazionale, gli altri pensavano davvero di poter aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Ovviamente non si amavano, ma certi connubi reggono lo stesso senza amore, basta che ci sia un collante che li tenga insieme: i gialloverdi lo trovarono nel Potere che non è soltanto afrodisiaco, come si dice da secoli, ma anche realisticamente redditizio.

L’obiettivo di intestarsi il patrimonio nazionale divenne scoperto dai primi atti, per quanto sconsiderati, coperti da quella “mossa” che più populista non la si sarebbe potuta immaginare: mettere sotto accusa la vecchia casta e punirla per il solo fatto di essere esistita togliendole i famosi vitalizi. Misura risibile sotto tutti i punti di vista che denota la miseria di un ceto politico di parvenu capace di fare strame dei principi costituzionali, della prassi e del buon senso. La partita, comunque, non è ancora finita.

È finito invece il governo sovran-populista che, non per un colpo di sole ma per ingordigia di “comando” si è dissolto senza una ragione apparente, ma per molte ragioni sedimentatesi nel tempo a cominciare dall’insofferenza dei contraenti il pactum sceleris e sfociata nel delirio agostano salviniano. Che i “soci” non si siano mai sopportati, facendoci però digerire i loro compromessi artificiosi , lo ha testimoniato il presidente Giuseppe Conte, da loro scelto per guidare il “governo del cambiamento”, demolendo il suo vice-presidente leghista sotto il profilo politico, umano, civile: parole che in un’aula parlamentare non si erano mai sentite indirizzate da un premier contro il suo più stretto collaboratore.

Le parole di Conte, più di mille analisi politologiche, hanno mostrato la fragilità, anzi l’inconsistenza, dell’esecutivo che per metterlo in piedi ci vollero novanta giorni, tra due movimenti che in campagna elettorale se l’erano date di santa ragione, che nulla condividevano se non l’ansia di liberarsi dalle camicie di nesso che li imprigionavano nell’impoliticità gli uni, i pentastellati, e nella subordinazione coalizionale gli altri, i leghisti.

Se il premier è stato indotto alla dura requisitoria vuol dire che nel tempo ha mal sopportato il suo vice. E se questi si è deciso a mandare in frantumi il giocatolo significa che quell’aggeggio che immaginava di manovrare a suo piacimento non lo soddisfaceva più. Due ostilità ingabbiate in una logica opportunistica non fanno un governo. Se ne sono resi conto troppo tardi? È possibile. Per quanto resti la curiosità di sapere cosa ha motivato Salvini a rompere in pieno agosto, quasi senza un perché (le illazioni comunque si sprecano, com’è ovvio), quel che importa davvero è che un’invenzione fantasiosa come quella sovranista/populista non può essere la base di una governance credibile ed a lungo termine. La politica è più dura delle pulsioni occasionali fomentate demagogicamente. E alla fine trova la sua strada.

Nessuno più ripeterà – almeno in tempi brevi – questa sciagurata esperienza nella quale tutto si è confuso: ruoli, competenze, funzioni, simpatie e antipatie, velleità e rancori. E sono rimasti sul campo stracci che verranno penosamente raccolti da qualcuno per nasconderli, dall’abolizione della povertà all’autonomia regionale rafforzata che avrebbe diviso ancor più l’Italia (alla faccia della sovranità), insieme a tante altre cosucce come la “decrescita felice” (i sostenitori di questa tesi sono stati capaci nel banalizzarla di stravolgere la teoria tutt’altro che infondata di Serge Latouche) ed il distacco dall’Europa mettendo in discussione tutto ciò che fa parte di Trattati che non si è avuto il coraggio di denunciare, salvo poi inginocchiarsi davanti ai santuari di Bruxelles e di Francoforte per evitare procedure di infrazione che ci avrebbero strozzati.

Il sovranismo non ha niente a che vedere con la sovranità. Il populismo ancor meno con le politiche popolari e solidali. Almeno questo speriamo si sia capito dall’irrituale crisi che se le sue conseguenze non fossero tragiche assomiglierebbe tanto ad una classica pochade italiana. Ma purtroppo così non è.