Pessime notizie dagli Stati Uniti. Cristoforo Colombo, l’uomo che con tre piccole caravelle attraversò nel 1492 il Mare Tenebroso e scoprì le Americhe (anche se le scambiò per le Indie) non è più gradito. Ovunque le sue statue vengono giù come le olive durante la bacchiatura, perdono letteralmente la testa, vengono imbrattate, buttate tra le onde o gettate nelle discariche.

Una follia che ha avuto inizio a Baltimora nel 2017 ed è proseguita a Yonkers, Detroit, Los Angeles, Lancaster, Columbus, San Josè, Miami, Richmond, St Paul, Boston. Poi, all’inizio del 2020, dopo la morte dell’afro-americano George Floyd e l’incattivirsi della mobilitazione anti Trump, l’ondata anti Colombo si è trasformata in uno tsunami.

Sulla spinta dei talebani del Black Lives Matter negli ultimi mesi altre 33 statue sono state rimosse. A Colombus, città dedicata proprio al marinaio, il monumento donato da Genova nel 1955, è stato smontato mentre a Elisabeth nel New Jersey, la municipalità ha abbattuto il genovese — «una figura da non celebrare» secondo il sindaco — per innalzare al suo posto un’effige dedicata a un’oscura icona transgender. Per il momento Cristoforo svetta ancora sul Columbus Circle di New York. Sino a quando?

Deliri a cui, nel clima infuocato della campagna presidenziale, si aggiungono altri deliri come l’eliminazione del Colombus Day, la festa federale del 12 ottobre. A oggi già in 51 città americane e cinque Stati, la giornata è stata rottamata a favore dell’Indigenous People Day. I nativi saranno celebrati il secondo lunedì del mese di ottobre con tanti saluti alle celebrazioni colombiane, che va da sé scompaiono nel Minnesota, in Alaska, Oregon e Vermont, ultimo arrivato insieme al New Mexico. Tra le oltre cinquanta città Columbus Day Free, Berkeley (ovviamente), Seattle, Minneapolis, Pittsburgh, Denver, Nashville. Il tutto con buona pace della Farnesina, che due anni fa aveva sussurrato: «Colombo rappresenta in tutto il mondo non solo negli Stati Uniti un simbolo fondamentale della storia e dei successi italiani. La scoperta dell’America resta in ogni caso patrimonio dell’umanità, nonostante ogni dibattito volto a voler rileggere oggi eventi di tale grandezza». Nessuno essersene accorto.

E gli italo-americani cosa fanno? La National Italian American Foundation, la più importante organizzazione, ha fermamente condannato le devastazioni e difende la giornata, dal 1937 fonte di orgoglio per gli italoamericani. Coraggiosamente la NIAF ha cercato di riportare il dibattito su Colombo su binari non ideologici: «Non dobbiamo cercare di negare la storia dell’America, né di cancellarla del tutto. La nostra nazione offre ampie opportunità di impegnarsi in un ragionevole dibattito sui vari aspetti dell’eredità lasciata dai personaggi storici. Tutti gli individui sono imperfetti, e tutti i monumenti a loro dedicati rappresentano solo un’istantanea della nostra storia, ora misurata rispetto alla sensibilità del XXI secolo. A nostro avviso, è ingiusto applicare le norme politiche di oggi a una figura storica di oltre 500 anni fa. Se la pratica di applicare le norme politiche di oggi ai nostri Padri Fondatori fosse ampiamente accettata, ci sarebbero argomenti per denigrare alcune delle figure più importanti della storia americana. Molti sono i monumenti commemorativi di Franklin Roosevelt, anche se egli ha supervisionato l’internamento giapponese americano e italoamericano durante la seconda guerra mondiale. Nonostante ciò, noi, come gruppo etnico, non chiediamo che i suoi monumenti siano distrutti. Né stiamo demolendo i monumenti a Theodore Roosevelt, che dopo il linciaggio degli italiani a New Orleans del 1891, sosteneva che l’evento fosse stato una cosa buona. Nonostante la crescente popolarità della Giornata dei Popoli Indigeni come alternativa al Columbus Day, la NIAF non si oppone all’istituzione di tale festa. I nativi americani, come gli italoamericani, dovrebbero avere tutto il diritto di celebrare ed educare gli altri sulla loro storia e cultura. Tuttavia, la Fondazione ritiene che abrogare il Columbus Day solo per sostituirlo con un’altra festa celebrata da un altro gruppo etnico, sarebbe un segno di grande insensibilità culturale. La NIAF si pone quindi vigorosamente a sostegno della continuazione del Columbus Day come festa federale, ritenendo che le due festività possano coesistere pacificamente senza generare denigrazione o vandalismo».

Parole sagge ma, purtroppo, inascoltate. La war on Colombus continua a espandersi e alimentarsi in modo irragionevole. Per le folle aizzate dai santoni della cancel culture Cristoforo è ormai l’archetipo del trumpismo, il padre di un improbabile «fascismo» stars and stripes. Insomma, il genovese è ormai principale colpevole, come sottolinea l’antropologa Carol Delaney, di «tutto ciò che è andato storto nel Nuovo Mondo, dal colonialismo alla schiavitù alla segregazione razziale, sebbene in realtà si tratti di conseguenze che egli non voleva, non si attendeva e non avallava». Fortunatamente in Italia più voci si sono levate a difesa di Colombo. Quest’estate si è costituito un piccolo e qualificato movimento, NessunotocchiColombo, animato da giornalisti, scrittori, intellettuali per contrastare, con un appello pubblicato su Il Giornale lo scorso 3 luglio, la deriva iconoclasta e ricordare, come impone una direttiva governativa, il grande navigatore ogni 12 ottobre. Un messaggio che il sindaco di Genova Marco Bucci rilancerà il prossimo 16 ottobre nella sala di rappresentanza del Comune. Il posto giusto per una causa giusta.