Non possiamo sapere, al momento, se l’esplorazione affidata al presidente-tramviere Fico porterà a qualche concreto sviluppo e a quale. A poco meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo si può, però, già tentare una prima valutazione del minuetto delle consultazioni. Ecco quindi il nostro pagellone.

MATTARELLA

Contrariamente ad alcuni suoi pessimi predecessori (ogni riferimento a Scalfaro e Napolitano è puramente voluto) Sergio Mattarella si è rigorosamente attenuto al ruolo di arbitro e mediatore neutrale che la Costituzione assegna formalmente al Presidente.

Smentendo i desideri e le previsioni delle truppe cammellate dei salotti televisivi e di certi giornaloni, Mattarella si è ben guardato dal favorire la formazione di quel governo M5S/PD che tutta la sinistra mediatica invocava auspicando che il presidente, ad un certo punto, chiamasse a rapporto il suo partito di riferimento, cioè – secondo loro – il PD, e lo spingesse volente o nolente tra le braccia dei grillini.

Niente di tutto questo: alle consultazioni, condotte con equilibrio e discrezione, è seguito l’incarico esplorativo alla Casellati, rispettoso del 37% ottenuto dalla coalizione di Centrodestra, a sua volta seguito, dopo il nulla di fatto della prima esplorazione, da quello a Fico, rispettoso del successo elettorale del M5S.

In entrambi i casi con l’unico evidente obiettivo di verificare senza preclusioni tutte le ipotesi di maggioranze parlamentari teoricamente possibili.

Vedremo nei prossimi giorni come finirà l’esplorazione che punta alla jungla infida del PD ma se, fallita anche questa, si dovesse arrivare ad un qualche tipo di governo del Presidente, questo sarebbe giustificato dallo stallo istituzionale a quel punto certificato e senza alternative possibili.

Saremmo comunque lontani anni luce dal maldestro interventismo di uno Scalfaro o dal golpe bianco di Napolitano.

Voto: 10

SALVINI

In pochi anni Matteo Salvini ha trasformato un partito allo sbando, screditato dalla gestione sciagurata dell’ultimo Bossi, in uno dei perni del gioco politico attuale.

Quadruplicando in pochi anni i voti della Lega dopo averla rivoltata come un calzino, con scelte coraggiose e non facili ha ottenuto la leadership (non solo numerica) del centrodestra e un ruolo politico chiave, riuscendo a traghettare il suo partito dalla Padania immaginaria all’Italia reale. Nella prima vera partita politica giocata in prima persona non ha sbagliato una mossa, almeno per ora.

Perfetta la conduzione dell’elezione dei due presidenti del Parlamento, dove con la mossa del cavallo Bernini vs Romani e la sponda con Di Maio, ha sparigliato le carte mettendo fuori gioco Berlusconi e la sua pretesa di bloccare la partita imponendo la sua volontà. Il Cavaliere si è infuriato ma ha dovuto abbozzare e prendere atto che la il gioco gli era sfuggito di mano.

A differenza di Di Maio, Salvini ha capito benissimo quale fosse la vera posta in palio: la leadership politica del futuro e la possibilità di cambiare radicalmente il quadro politico, pensionando i vecchi schemi.

Per questo, a differenza di Di Maio, non aveva bisogno di porre condizioni o forzare la mano, anzi. Sapendo bene che, come nella canzone dei Rolling Stones, il tempo è dalla sua parte il leader leghista ha tolto dal tavolo qualsiasi questione personale o di partito cercando di creare le condizioni più favorevoli per i suoi obiettivi di medio periodo.

Nessuna fretta di fare il premier, nessun diktat su nomi e incarichi, suoi o altrui, solo la necessità di uscire dall’impasse per dirigere ed accelerare una transizione che gli elettori del 4 marzo avevano già indicato chiaramente.

Purtroppo Matteo Salvini si è trovato di fronte ad un dilettante (o a più dilettanti, contando i manovratori remoti di Di Maio) che invece di decidere ha ingombrato la trattativa di cavilli, postille, capricci, condizioni, richieste assurde e questioni personali sino a far saltare il tavolo, anzi il forno, perdendo di vista (o non vedendo proprio) il vero obiettivo comune.

Il Matteo leghista si sarà sicuramente fatto una bella risata di fronte alla pedestre e perentoria richiesta grillina di rompere platealmente con Berlusconi per permettere a Giggino di fare il capo del governo. Il ragazzo non ha nessun bisogno di fare niente del genere: sa bene che oramai ben difficilmente la sua leadership sul centrodestra potrà essere messa in discussione e che nel medio periodo, salvo errori o fatti imprevedibili, il travaso dell’elettorato di centrodestra nella nuova Lega è destinato a continuare e ad incrementarsi.

In pratica la sua era un’alternativa win-win: se si può fare un governo di scopo col M5S bene, se i grillini preferiscono, invece, fare un patto col diavolo cioè col PD, partito della conservazione, delle rendite e delle oligarchie burocratiche e finanziarie, anche meglio.

La destra si vedrà consegnare su un piatto d’argento il monopolio dell’opposizione ad un governicchio contraddittorio che ha ben poche probabilità di funzionare e realizzare qualsiasi serio programma.

Voto: 9

BERLUSCONI

Bastonando il PD e Forza Italia gli elettori hanno mandato all’aria i suoi piani rendendo impossibile il nuovo patto del Nazareno già previdentemente apparecchiato con il compare Renzi via Rosatellum. Così, dopo una campagna elettorale stantia e confusionaria, Berlusconi forse per la prima volta da quando è in politica si è trovato spiazzato e in difficoltà.

Un partito imbolsito e in decadenza, la perdita inaspettata (per lui) della leadership e della centralità nella coalizione del centrodestra, la mancanza di idee originali e adeguate ai tempi, il declino dei cosiddetti moderati lo hanno messo all’angolo o, comunque, ci sono andati molto vicino. Nella partita per le presidenze delle Camere Berlusconi ha dovuto subire suo malgrado il furbissimo gioco di Salvini e Di Maio, senza nessuna possibilità di reagire.

La proposta, apparentemente insensata ma in realtà coerente con i suoi piani, di dare una presidenza al PD non è mai stata presa in considerazione: il Cavaliere è stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco e ad ingoiare un rospo gigante, salvando a malapena la faccia dopo l’inutile bluff di roboanti dichiarazioni di guerra ovviamente rimaste senza seguito.

La scenetta da cabaret al Quirinale dopo le consultazioni come coalizione, che tanto ha fatto parlare, era in realtà un segno di debolezza, certifica il bisogno di riprendersi almeno la scena mediatica visto che quella politica è scivolata inesorabilmente nelle mani di Salvini. Così come le rumorose esternazioni sui cessi di Mediaset e sui grillini sfaccendati, sintomo evidente di perdita delle staffe e della lucidità.

Solo grazie alle maldestre mosse dei Grillini, ai veti impossibili di Di Maio, agli infantili e rozzi anatemi di Di Battista Berlusconi è riuscito ad evitare, almeno per il momento, guai peggiori e a guadagnare un po’ di tempo, con la vecchia coalizione apparentemente ricompattata, anche se solo in modo strumentale.

La storia di questi anni ha mostrato più volte che l’uomo ha mille risorse e risorge sempre proprio quando sembra spacciato, anche se questa volta il tempo e le circostanze sembrano giocargli contro: il contesto è cambiato, la spinta propulsiva del berlusconismo si è definitivamente esaurita e le sue trovate, oramai monotone e ripetitive, hanno fatto il loro tempo.

Ovviamente non molla: in un paio di giorni ha depurato senza pietà le sue TV di tutti i programmi “populisti” defenestrando tutti i conduttori non in linea con i suoi interessi politici e con il resto dell’informazione Mediaset, da sempre orientata al renzismo.

Poi, non sapendo con quale governo avrà a che fare, ha finalmente sistemato la zavorra della pay TV dopo anni di perdite esagerate. In attesa di tempi migliori e, soprattutto, dell’occasione buona per riesumare quell’agognato patto consociativo che ai suoi affari, al momento non proprio al sicuro, farebbe tanto bene.

Voto: 5

Di MAIO

E pensare che Giggino era partito bene. Archiviati i fuochi artificiali e le trovate creative della campagna elettorale aveva giocato perfettamente, in tandem con Salvini, la partita delle presidenze delle Camere. Quando però il gioco si è fatto duro e si è trattato di abbandonare le chiacchiere per passare ai fatti, cioè ad una seria alleanza di governo, Di Maio (o chi lo pilota) si è perso.

Il nocciolo politico della questione, ben chiaro al potenziale alleato Salvini, a lui è invece sfuggito completamente. Si trattava semplicemente di mettere insieme un governo di scopo tra le forze cosiddette antisistema con l’obiettivo di ribaltare nel medio periodo il quadro politico, scalzando e rimpiazzando i due poli che lo avevano monopolizzato negli ultimi decenni, ovvero PD da una parte e Berlusconi dall’altra.

In pratica serviva solo la convergenza tattica su pochi punti ben definiti per gestire la fase di transizione: una legge elettorale decente, il DEF e qualche provvedimento sui problemi più urgenti per poi tornare a votare nel 2018 al più tardi insieme alle elezioni europee.

Di Maio (o chi per lui) però non ci è arrivato: convinto di avere vinto le elezioni e di avere per questo il diritto divino fare il presidente del consiglio, ha scaricato sul tavolo un groviglio di pretese, veti, condizioni, vincoli uno più astruso dell’altro nei quali ha finito per avvilupparsi senza concludere niente.

Alla prova dei fatti l’immaginario movimento antisistema è riuscito solo a riscoprire vecchie usanze democristiane e polverosi espedienti da dorotei, vedi la storia dei due forni, senza però avere nemmeno un briciolo della consumata abilità dei vecchi notabili della balena bianca.

Solo un cieco o uno sprovveduto poteva pensare che a Salvini, nelle condizioni attuali, convenisse una rottura traumatica con Berlusconi e la coalizione di centrodestra. Così, bruciata la possibilità di un’alleanza strumentale tra partiti antisistema (veri o presunti), Di Maio si ritrova a costretto a mendicare un’alleanza contro natura rimettendo in gioco quello che fino a pochi mesi fa rappresentava per i grillini il male assoluto, il PD di Renzi, per di più con l’intermediazione del suo principale nemico interno.

Un bel comma 22: se il PD accetta l’alleanza il capo politico del M5S si ritroverà a capo di un governicchio con maggioranza instabile che resterà in balia degli interessi e dei capricci dalle varie tribù PD, che potranno farlo ballare a loro piacimento, tra ricatti e franchi tiratori, a seconda degli sviluppi della loro guerra interna e delle loro convenienze del momento.

Oltre alla necessità di far digerire alla base grillina questo rapporto (apparentemente) contro natura ed a consegnare il monopolio dell’opposizione alla destra, che in effetti apprezzerebbe molto il regalo. Se il PD non accetta l’ex steward fuori corso del San Paolo avrà consegnato a Mattarella su un piatto d’argento la possibilità di chiudere i giochi con un bel governo, più o meno tecnico, del Presidente.

Complimenti vivissimi.

Voto: 3

MELONI

Che il misero 4,3%, per quanto sovradimensionato nella rappresentanza parlamentare, ottenuto dalle urne avrebbe confinato i fratellini della Meloni ad un ruolo subalterno e marginale era evidente.

Rimasti per forza di cose ai margini, comparse o spettatori, degli avvenimenti principali dall’elezione dei presidenti alle consultazioni, Giorgia Meloni e i suoi hanno cercato di farsi notare in qualche modo cercando di ritagliarsi una parte in commedia che attestasse la loro consistenza politica, ad esempio nel caso della presunta (da loro) “mediazione decisiva” tra Salvini e Berlusconi nella vicenda che ha portato all’elezione della Casellati.

Come se una questione epocale come lo scontro per la leadership nel centrodestra tra i due soci più forti si potesse risolvere grazie a qualche buona parola del partner minoritario che pesa meno di un terzo e di un quarto degli altri due. Non sempre tra i due litiganti il terzo gode.

Il partito della Meloni colpito anch’esso, non si capisce bene perché, dai bizzarri diktat Di Maio, non sembra avere molte alternative, condannato dalla propria sostanziale irrilevanza a galleggiare in un ruolo marginale agganciato in qualche modo ai due contendenti principali dello schieramento, forse senza sapere nemmeno bene quale scegliere.

A quanto pare, però, gli elettori di destra lo sanno benissimo, almeno stando ai sondaggi.

Voto: S.V.

RENZI

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? La famosa frase di Ecce Bombo sembra perfetta per il Matteo Renzi di questi tempi.

Dopo avere creato le condizioni per il caos post elettorale con lo sciagurato Rosatellum (cucito su misura per il previsto inciucio con Berlusconi) e avere condotto il suo partito alla disfatta, il boy scout fiorentino ha fatto finta di togliersi di mezzo invitando solennemente il PD, offeso e sdegnato, a ritirarsi su una specie di Aventino da dove dovrebbe osservare con distacco tutti gli altri alle prese con i problemi creati dallo stesso PD e lasciati in eredità al prossimo.

In piena bagarre-consultazioni Renzi ha fatto sapere che si sta occupando solo della prossima Leopolda, come dire che per lui il vero appuntamento politico che conta sarebbe quello, mica i giochini con Di Maio e compagnia.

Ovviamente il senatore di Scandicci e il giglio magico sono sempre attivi ed efficienti, controllano ancora, più o meno saldamente, il partito e soprattutto i gruppi parlamentari e sono quindi in grado di dire la loro sia sulla formazione di un ipotetico governo M5S/PD, sul quale avrebbero una pesantissima ipoteca, sia nella guerra per bande del PD che al momento si starebbe polarizzando sull’alternativa tra cedere o meno alle profferte grillesche.

Qualunque sia la scelta finale saranno Renzi e i suoi a decidere, a condizionare e controllare gli eventi piddini rientrando quindi clamorosamente in gioco, da sconfitti, ma con un ruolo determinante.

Un altro brillante risultato ottenuto, forse senza nemmeno rendersene conto, dal dilettante di Di Maio.

Voto: 7

MARTINA

Il volonteroso ragazzotto bergamasco si è ritrovato di colpo catapultato sulla più alta poltrona del PD probabilmente senza nemmeno rendersene conto e, soprattutto, senza rendersi conto che è troppo grossa per lui. Deciso a sfruttare sino in fondo la carica di reggente pare deciso a recitare davvero la parte del vero segretario che decide.

Sembra non essersi accorto, purtroppo per lui, che i cacicchi del PD e le loro bande lo tengono lì solo perché non contando niente non può dare fastidio a nessuno e per questo può andare bene a tutti finchè farà comodo ed in attesa della inevitabile resa dei conti.

Ignaro del mondo che lo circonda, il re Travicelllo Martina sembra volersi impegnare seriamente in una trattativa governativa col M5Sn nella quale vorrebbe addirittura dettare condizioni.

Qualcun altro deciderà per lui riservandogli, al massimo, il ruolo del paravento.

Voto: 4