A’ la guerre comme à la guerre: accontentiamoci di quel che passa il convento in questa strana guerra-non guerra con cui, volenti o nolenti, dovremo, sempre di più, imparare a fare i conti.

L’ISIS è alle porte o forse è già qui e non sarà certamente qualche gazzella della polizia o le rassicuranti dichiarazioni dell’Alfano di turno a risolvere il problema. La questione è purtroppo complicata. Investe le nostre capacità militari ed insieme quelle negoziali, riguarda la geopolitica e – più in generale – la tenuta “culturale” del nostro “sistema”.

I settant’anni di pace ci hanno tolto – come ha osservato Galli della Loggia – la capacità di pensare alla guerra. Diciamo che – a differenza di quel scriveva Ardengo Soffici, che lo considerava connaturato alla natura dell’uomo – l’istinto bellico si è perso, ma non è detto che prima o poi non riemerga, sull’onda, tutt’altro che metaforica, di un attacco esterno.

“Non siamo crociati” dice il ministro Paolo Gentiloni, cercando di raffreddare gli animi – come se poi fossimo stati noi europei a riscaldarli. D’accordo, parlare di Crociate è un po’ grossa, anche perché per fare le Crociate bisogna avere il physique du rôle e gli italiani – al momento – non sembra che lo abbiano.

C’è però un’altra “Crociata” che prima o poi dovremo imparare a fare: è quella verso noi stessi, verso le nostre debolezze antropologiche, verso i nostri tentennamenti civili, verso il nostro barcamenarsi etico. Guardiamoci allo specchio: ancor prima di quelle materiali, abbiamo le   “armi culturali” per contrastare l’ISIS ? Siamo dotati dell’ arsenale politico ed ideale necessario per affrontare l’attacco esterno ?

Settant’anni di pace non hanno aiutato, convincendoci che l’istinto alla guerra – evocato da Soffici – apparteneva al più brutale primitivismo, che parlare di Crociate era aberrante, che la guerra era “da ripudiare” a prescindere, anche là dove sono i gioco le ragioni stesse del nostro esistere civile.

Ora non possiamo più fare finta di niente. Ad imporci una nuova consapevolezza sono gli uomini incappucciati che maramaldeggiano a qualche centinaia di miglia dalle nostre coste meridionali.

Certamente potremo proporre di “metterci intorno ad un tavolo” per discutere e fare discutere, potremo presidiare gli obiettivi sensibili interni o essere parte di una missione internazionale d’intervento. Resta il fatto che comunque dovremo, prima di tutto, guardarci allo specchio e domandarci se siamo disposti a reintrodurre nel nostro lessico collettivo principi quali il senso del sacrificio, l’etica dell’onore, la fedeltà alla parola data, l’appartenenza patriottica.

Ancor prima che a colpi di Kalasnikov, su questi crinali ci sfida l’integralismo islamico, invitandoci a dare risposte coerenti alla nostra scelta di civiltà. La “salvezza” dipende tutta dalla nostra capacità di risposta a questa sfida.